Cardi agnello e uova ricetta antica molisana e pugliese

Ingredienti 500 g di polpa di spalla (o coscio di agnello) 1,5 kg di cardi 200 g di pomodori 5 uova 1 bicchiere di vino bianco prezzemolo 3 spicchi d’aglio ½ bicchiere di olio 100 g di pecorino sale pepe Preparazione del ragù: mettere in un tegame l’olio con gli spicchi d’aglio schiacciati. Unire l’agnello tagliato a pezzetti da spezzatino. Aggiungere sale e pepe e, una volta rosolato bene, sfumare con il vino. Aggiungere i pomodori a pezzi, il prezzemolo tritato e, se necessario, aggiungere acqua per raggiungere una consistenza cremosa e non troppo solida. Lasciar cuocere a fuoco basso. Pulire i cardi, tagliarli a pezzi e lessarli al dente. Condire i cardi con il pecorino grattugiato, pepe e il sugo dell’agnello. Sistemare i cardi in un tegame alto; aggiungere anche i pezzetti di carne. Far cuocere per qualche minuto, aggiungere le uova sbattute con il formaggio, prezzemolo tritato e pepe. Mescolare fino a quando le uova non cominceranno a rapprendersi per poi servire subito.

Melanzane ripiene(chiene)ricetta antica Calabrese

Ingredienti per 4 persone 800 g di melanzane senza semi 150 g di pane raffermo 80 g di grana grattugiato 300 g di carne macinata mista vitello-maiale 120 g di provola o caciocavallo 1 l di passata di pomodoro 40 g di burro 2 uova olio extravergine d’oliva basilico aglio sale zucchero Per prima cosa […]

Coniglio (Cunigghiu) alla stimpirata cucina siciliana antica

Questo nome evocativo si potrebbe tradurre in italiano con “in agrodolce”, una modalità antica e semplice con la quale le famiglie contadine preparavano il coniglio nell’entroterra siciliano, quando praticamente in ogni casa c’erano animali da cortile di piccola taglia. Con la minor diffusione di questi piccolissimi allevamenti familiari si sono perse allo stesso tempo molte ricette come questa.

Gelatina di maiale ricetta antica molisana

Ingredienti per 4 persone

1 musetto

2 piedini di maiale

2 orecchie di maiale

2 cucchiai di aceto di vino bianco

2 cucchiai di vino cotto

50 g di cioccolato fondente tritato al coltello

la scorza di 1 arancia

50 g di pinoli

olio sale

Mettere a bollire in una pignatta orecchie, piedi e muso del maiale. Far restringere il brodo senza aggiungere acqua. Quando il brodo è ristretto e la carne ben cotta, mettere il brodo in una zuppiera. A brodo freddo, sgrassare la superficie. Mettere a sciogliere la gelatina ottenuta in una casseruola sul fuoco. Aggiungere l’aceto, il vincotto, un poco di cioccolatta pistata (cioccolato a pezzetti), cortecce di Portogallo (scorza d’arancia), pignuoli (pinoli) e la carne bollita privata della pelle e sfilacciata. Ungere una terrina con l’olio e mettere il brodo al suo interno. Lasciar rapprendere e servire.

Italia paese mio 🇮🇹

Capitone natalizio all’alloro ricetta molisana

Ingredienti per 4 persone

1 capitone da circa 1 kg

il succo di 4 limoni

3 cucchiai di olio

3 spicchi d’aglio foglie d’alloro

Spellare il capitone. Fare un’incisione intorno al collo, quindi con l’aiuto di un telo da cucina tirate la pelle fino alla coda. Eviscerare, lavare bene e tagliare il capitone a pezzi di 5-6 cm. Disporre il pesce in una teglia rotonda da forno. In una ciotola sbattere bene il succo di limone con tre cucchiai di olio. Aggiungere gli spicchi d’aglio; sminuzzare le foglie di alloro, aggiungere sale e pepe. Versare l’emulsione sui pezzi di capitone. Cuocere in forno caldo a 180 °C per 40 minuti circa e servire.

Capracotta La Pezzata (prima domenica di agosto)

l vivido legame tra Capracotta e la sua tradizione pastorale rivive nella “Pezzata”, sagra dell’agnello alla brace e della pecora bollita con erbe aromatiche, attualmente una delle più importanti manifestazioni che animano l’estate molisana e che si tiene annualmente la prima domenica di agosto nella splendida cornice del pianoro di Prato Gentile richiamando migliaia di persone anche dalle regioni limitrofe.

In tale occasione, è possibile trascorrere una piacevole giornata di relax a stretto contatto con la natura, ricevendo una ottima accoglienza da parte della Pro Loco di Capracotta, che si adopera al massimo per garantire un servizio di qualità. Non è un caso, infatti, che sia stata denominata giornata dell’ospitalità. A ricordo della festa, ai visitatori rimane un simpatico souvenir costituito da una forchetta di legno, una ciotola ed un bicchiere di terracotta.

Questa tipica pietanza locale, si distingue per la semplicità e facile reperibilità degli ingredienti indispensabili alla sua preparazione, abilmente dosati da mani esperte per esaltarne il sapore e conservarne il gusto secondo l’antica ricetta dei nostri pastori.

All’inizio degli anni ’60 l’Amministrazione Comunale di Capracotta pensò di organizzare una sagra che potesse far conoscere a tutto il Molise ed anche oltre, un piatto tipico capracottese la cui ricetta rispecchiava le radici e le origini di quel popolo di pastori. Nacque così la sagra della Pezzata che, sebbene con qualche interruzione, ha superato ormai le 40 edizioni.

L’origine di questa pietanza risale ai giorni in cui la transumanza tra le montagne dell’Alto Molise ed il tavoliere delle Puglie era pratica comune. Accadeva talvolta che nel guadare un fiume o nell’attraversare un punto più impervio, qualche animale si azzoppasse e non fosse più in grado di proseguire il viaggio. Diventava irrimediabilmente allora la cena dei pastori che potevano cucinarlo, dopo averlo “depezzato”, con le poche cose disponibili ad una carovana in viaggio

Confermando la regola che vuole le cose semplici essere le più gustose, la Pezzata, da piatto d’emergenza dei pastori è diventata una prelibatezza da buongustai. Ingrediente fondamentale è ovviamente la carne di pecora che acquista il suo gusto particolare grazie ai pascoli d’altura dove gli animali rassodano i loro muscoli (che diventeranno carne) brucando per chilometri nei prati montani quantitativamente meno ricchi dei corrispondenti di pianura ma qualitativamente molto più nutrienti. La carne viene cotta in grandi paioli riempiti d’acqua. La prima operazione da compiere è la “schiumatura”, ovvero l’eliminazione del grasso in eccesso venuto a galla a seguito della cottura, dopidichè, oltre al sale, si aggiunge qualche patata (anche con la buccia) che continua ad assorbire il grasso rilasciato durante la lunga cottura (almeno 4 ore) e qualche pomodoro per dare colore al brodo senza renderlo, però, troppo rosso. Questa è la ricetta base. Variazioni sul tema contemplano l’aggiunta di altri odori come sedano, carote, cipolle e un pizzico di peperoncino.

Pancotto e fagioli

Italia paese mio 🇮🇹

Ingredienti per 4 persone:

250 g di pane raffermo

200 g di passata di pomodoro

250 g di fagioli già cotti

1 costa di sedano

3 cucchiai di olio extravergine di oliva

1 piccola cipolla

2 spicchi di aglio

sale

Nella prima fase prendere una pentola larga e bassa, soffriggere gli spicchi di aglio nell’olio extravergine di oliva, eliminandoli dopo la doratura. Aggiungere la costa di sedano e la cipolla lasciandoli soffriggere a fuoco medio per alcuni minuti. A questo punto unire il pomodoro e 1 litro d’acqua, salare e portare ad ebollizione per circa un’ora. La preparazione di base finora realizzata può essere utilizzata anche per una buona pasta e fagioli. Nella seconda fase prendere un tegame, versare i fagioli già cotti e un mestolo della preparazione di base preparata precedentemente, aggiungere il pane raffermo e amalgamare finché quest’ultimo avrà assunto una consistenza quasi cremosa. Per la riuscita di questo piatto è importantissimo il pane, che deve essere raffermo di tre o quattro giorni e, se possibile, di grano duro cotto nel forno a legna: ossia il pane cosiddetto “cafone”.

Foto e video di Montelongo CB

FOTO E VIDEO DI MONTELONGO(CB)MOLISE

Zuppa di fave molisana

Italia paese mio 🇮🇹

INGREDIENTI PER 4 PERSONE:

1 L DI ACQUA

500 G DI FAVE

300 G DI COTICHE DI MAIALE

2 CIPOLLE

100 G DI LARDO O DI PANCETTA

1 CUCCHIAIO DI CONSERVA DI POMODORO

1 PEPERONCINO PICCANTE E SALE

Mettete a bagno le fave secche almeno un giorno e una notte prima di cucinarle. Ponetele in una pentola capiente, copritele di acqua fredda e lasciatele cuocere per almeno 2 ore. Nel frattempo raschiate le cotiche di maiale e sbollentatele per cinque minuti, scolatele bene e tagliatele a listarelle. Tritate con la mezzaluna le cipolle, unitevi la pancetta pestata o tritata, e fatela soffriggere nell’olio. Quando il soffritto sarà dorato aggiungetevi il pomodoro e il peperoncino e lasciate cuocere per circa 10 minuti, infine aggiungete le cotiche fino a cottura completa. Quando le cotiche saranno tenere, scolate le fave e unitele al sugo, lasciate insaporire almeno una mezz’oretta, poi servite. Si può anche servire questa zuppa in scodelle nelle quali sia stato messo pane abbrustolito cosparso di aglio.

Fiera del tartufo nero San Pietro Avellana

a San Pietro Avellana in provincia di Isernia, si terrà la 30° Edizione della Fiera del tartufo Nero, che identifica una delle più pregiate risorse gastronomiche molisane e impreziosisce di gusto le tavole di tutta Italia.

Selezionati espositori di tartufo nero pregiato imbandiranno di profumi e sapori gli stand di San Pietro Avellana, che come terra di tartufo di qualità, è punto di riferimento per tutto il centro-sud italiano.

Per la storica manifestazione gli espositori saranno più numerosi e durante le due giornate si potranno assaporare prodotti tipici al tartufo e altre produzioni artigianali.

Inoltre, ci saranno nuovi eventi collaterali che coinvolgeranno direttamente i visitatori in esperienze nella natura, visite guidate, degustazioni.

A pranzo e cena si potranno provare menu prelibati a base del rinomato fungo molisano ed ogni sera non mancheranno concerti e musica.

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Capracotta La Pezzata (prima domenica di agosto)

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Fichi secchi (Ficura secc., Fic. sic)

Area di produzione
Intero territorio regionale.
Caratteristiche del prodotto
Le piante hanno un notevole sviluppo,
prediligono clima caldo e terreno sciolto.
I frutti, a forma di pera, hanno colore
diverso a seconda le varietà (verde, bian-
co, nero); contengono numerosissimi
acheni avvolti in una polpa zuccherina,
dolcissima.
Metodiche di lavorazione
I frutti raccolti a maturazione completa,
sani, privi di ammaccature, vengono essic-
cati, ponendoli su grate ben distanziati tra
loro, per permettere una buona circola-
zione dell’aria; poi vengono posti al sole

all’aria aperta, per l’intera giornata aven-
do cura la sera di riportarli al chiuso in
modo da evitare che possano assorbire
l’umidità della notte. La fase di essiccazio-
ne può variare da un mese a due mesi;
successivamente vengono passati nel
forno per completarne l’essiccazione.
I fichi possono anche essere farciti, met-
tendo al loro interno mandorle tostate,
noci o cioccolato. I frutti così pronti pos-
sono essere conservati infilandoli uno ad
uno con del filo di cotone e formando
una collana oppure vengono infilzati con
dei bastoncini di legno formando una
grata triangolare oppure, ancora, messi in
barattoli di vetro e quindi conservati per
tutto l’anno in un luogo asciutto. Possono
essere utilizzati per la preparazione di
dolci e decotti.
Materiali e attrezzature per la prepa-
razione
Grate di canne “spaselle” oppure di
olmo, ago, filo di cotone, bastoncini di
legno.

PAPAROLESSE (Peperoni sottaceto)

rea di produzione
Particolarmente a Riccia (CB) e nell’Alto
Molise ma anche nell’intero territorio
regionale.
Caratteristiche del prodotto
La forma dipende dal tipo di peperoni
utilizzati, la consistenza è più molle per
l’assorbimento dell’aceto.
Metodiche di lavorazione
Le materie prime sono: peperoni di colo-
re rosso o verde, aceto di vino bianco o
rosso. I peperoni locali vengono messi
interi in anfore di terracotta o in baratto-
li di vetro sotto aceto di vino dove resta-
no tre mesi. Il periodo di produzione è
l’estate.
In alcune occasione i peperoni ottenuti
vengono privati dei torsoli e dei semi e
cucinati nel periodo natalizio insieme al
baccalà.
Materiali e attrezzature per la prepa-
razione
Tavolo della cucina, barattoli di vetro.
Locali di lavorazione, conservazione e
stagionatura
La stagionatura deve essere effettuata

per tre mesi in barattoli al buio, preferi-
bilmente in cantina.
Si conservano anche 18 mesi.

Roccavivara Santa Maria di Canneto

La chiesa giunta ai nostri giorni risale ai secoli XI-XII, ha pianta a croce latina, con tre absidi. La facciata non ha elementi decorativi rilevanti, se non un bassorilievo sulla lunetta del portale. Nei muri esterni della chiesa sono inserite lapidi e varie iscrizioni di epoca romana e medievale, mentre, sulla destra, si leva una possente campanile, ultimato nel 1329 ad opera dell’Abate Nicola, consistente in una torre merlata di stampo gotico con trifore sulle arcate.

L’interno della chiesa è austero e a tre navate, ciascuna terminante con un’abside semicircolare. Lungo la navata centrale è collocato un pregevole ambone, finemente decorato, realizzato nel 1223, in parte con materiali di reimpiego più antichi. L’ambone è sostenuto da tre archi disuguali e, sotto il parapetto, si aprono sette piccole edicole: quella centrale doveva sostenere un’aquila che, con le sue ali spiegate, fungeva da leggio. Le altre sono occupate da sei monaci in altorilievo, intenti alle attività che rappresentano la regola monastica dell’ora et labora.

Dietro l’altare maggiore è collocata la statua della Madonna di Canneto, risalente al XIV secolo, in stile gotico, e conosciuta anche come la Vergine del Sorriso.

Nell’area adiacente la chiesa, sono presenti scavi archeologici che hanno riportato alla luce resti di una Villa romana del I secolo d.C.

Festa dell’Uva (seconda domenica di settembre)Riccia cb Molise

La Sagra dell’Uva di Riccia ha origini negli inizi degli anni trenta, a testimonianza dell’impegno e del sacrificio di molti riccesi che, grazie ad essa, hanno raccontato di questa piacevole terra e della sua gente. Riccia è infatti l’unico borgo del Molise che ancora conserva intatta la suggestiva tradizione della Festa dell’Uva, organizzata nel passato anche in altri borghi molisani. La celebrazione della vendemmia cade in concomitanza con la festività della Madonna del SS. Rosario. La festa diventa subito spettacolo tra le strade del paese con giovani e giovanissime che ballano con costumi folcloristici mostrando cesti pieni di uva e distribuendo dell’ottimo vino rosso autoctono, il cui vitigno, oggi, sembra quasi essere del tutto scomparso: ‘a saibell. Un vino così scuro da lasciare sulla bocca e nel bicchiere il rosso intenso e profumato del proprio carattere. La vera innovazione della festa arriva sul finire degli anni ’60 quando diventa a tutti gli effetti una sagra, con l’allestimento dei carri allegorici a sfilare per le strade cittadine, che diventano così protagonisti e motivo predominante. Il Carro dell’Uva diviene una piccola opera d’arte, realizzata con chicchi di uva che vengono pazientemente incollati uno ad uno e selezionati per grandezza e sfumatura di colore per realizzare l’effetto policromo. Il Carro diventa il simbolo del duro lavoro nei campi, con la rappresentazione di scene di vita contadina abilmente ricostruite, nella cornice fatta di mezzi e di strumenti della civiltà rurale di un tempo e non più in uso; lo stesso si trasforma in generoso e complice traguardo per tutti coloro che si accalcano nella fiumana di gente pronta e desiderosa di ricevere un assaggio dei tanti prodotti tipici della campagna riccese: dai grappoli di uva alla piacevole carne sulla brace, dai piatti colmi di cavatelli al sugo di salsiccia alla pizza di grano duro. Tutti preparati come si faceva una volta. E, naturalmente, l’intenso e prelibato vino locale. Ed infine il carro si atteggia all’originalità del presente, alla trasgressione e all’ironia alternativa dei più giovani che vogliono entrare nella tradizione popolare con le proprie immedesimazioni. Diversi sono infatti i carri ritenuti “fuori tema” che sfilano ogni anno, ma che comunque conquistano per simpatia e genuina teatralità. Il lungo corteo è aperto da gruppi folcloristici, sbandieratori, majorettes, e, in alcuni anni, anche pistonieri. I balli al seguito dei carri coinvolge gran parte della gente, proveniente da tutta la regione e anche da quelle limitrofe, in particolare giovani e ragazze che si lasciano volentieri trasportare dalle antiche tradizioni popolari; i canti poi, quelli che si facevano nei campi e che riecheggiavano nelle contrade cittadine al tempo dei raccolti, sono eseguiti oggi con gli strumenti di allora, la fisarmonica e l’organetto

Frosolone Sagra del baccala’e peperuol, sfilata dei carri

La tradizionale sfilata dei Carri allegorici, seguita dalla sagra “d’ru’ baccalà e d’r’p’peruol”, con la quale i frosolonesi, gente di orgogliosa origine montanara vocata alle scienze del sapere, alle produzioni artistiche e di qualità, agli scambi commerciali, risiedendo in un angolo suggestivo della Regione Molise, fulcro di antichi snodi viari, ci riporta al tempo in cui una miriade di pellegrini solevano recarsi alla chiesa di San Rocco, abilitata a concedere le indulgenze, per ottenere, dopo l’officiazione della Santa Messa ed aver effettuato “le passate” intorno alla trecentesca croce in pietra, la purificazione da ogni peccato, continua ad esaltare, anche sotto il profilo ludico e goliardico l’antico motto Benedettino, ancor oggi rinvenibile sui monti di Frosolone, “Siste et bibe, viator” (fermati e rifocillati viandante), si celebra il primo di agosto di ogni anno.

SAGRA BACCALÀ E PEPERONI

E come buona tradizione vuole, in un’area montana come la nostra, in un contesto che spazia dal sacro al goliardico non poteva mancare una nota culinaria rappresentata da una ricetta che non trova eguali per semplicità di contenuti ed armonia di accostamenti.La ricetta, elaborata con prodotti di stagione (peperoni) e ciò che meno ha attinenza con una località di montagna (baccalà), ha la prerogativa di essere una pietanza popolare dall’armonioso sapore e dalla fragranza di contenuto.

“Baccalà e peperuol” sono sapientemente fritti da cuoche esperte. Il baccalà viene preparato in una pastella che ha il suo segreto di preparazione in una tradizione antica quanto la manifestazione stessa ed i peperoni vengono saltati in padella con maestria unica da chi impiega solo olio extra vergine d’oliva. Un piatto popolare che godeva del connubio fra la nobiltà di una pietanza che proveniva da luoghi lontani e, quindi, prelibata e ricercata nei contenuti e la semplicità dei peperoni, cibo del popolo e dei nobili.E così viene oggi riproposto per la degustazione in piazza la sera del Primo Agosto.

Pandorato al formaggio e pancetta squisito pane fritto con uova

INGREDIENTI PER 4 PERSONE:

1 BICCHIERE DI LATTE

100 G DI FONTINA

100 G DI PANCETTA AFFUMICATA TAGLIATA A FETTE MOLTO SOTTILI

2 UOVA

50 G DI BURRO

4 CUCCHIAI DI FARINA

1/2 BICCHIERE DI LATTE

1 SFILATINO DI PANE

SALE E PEPE

Tagliate la fontina a dadini e mettetela in una casseruola con il latte e i tuorli delle uova, e fate sciogliere il tutto a bagnomaria, mescolando accuratamente.

Aggiungete qualche noce di burro e togliete la crema di formaggio dal fuoco.

Sbattete le chiare con sale e pepe. Friggete la pancetta in una noce di burro fino a quando sarà croccante, poi tenetela al caldo. A parte tagliate delle fettine di pane spesse circa un centimetro, bagnatele velocemente nel latte, poi passatele prima nella farina poi nelle chiare sbattute e friggetele nel burro caldo. Quando le fettine di pane saranno dorate ponetele su un piatto e copritele con le fette di pancetta fritta e la crema di formaggio.

Cavatelli freschi del molise al sugo di salsiccia ricetta unica

INGREDIENTI per quattro persone:

400 g di cavatelli freschi

vino bianco secco

300 g di salsicce

70 g di parmigiano grattugiato

2 cipolle olio

300 g di concentrato di pomodoro

sale alloro pepe

Tritate le cipolle e fatele appassire in una padella con tre cucchiai di olio. Private le salsicce della pelle e tagliatele a rondelle, quindi unitele alle cipolle, rosolatele, irrorate con mezzo bicchiere di vino bianco e aggiungete il concentrato di pomodoro, due foglie di alloro e un bicchiere di acqua, sale e pepe. Cuocete il sugo per mezz’ora. Lessate i cavateli in abbondante acqua bollente salata, scolateli e conditeli con il sugo di salsiccia. Serviteli accompagnati da parmigiano grattugiato.

Fusilli freschi del Molise fatti in casa alla salsiccia

INGREDIENTI PER 4 PERSONE

INGREDIENTI PER 4 PERSONE
Pasta (fusilli)
400 g
Agnello (spezzatino)
200 g
Vitello (spezzatino)
200 g
Salsicce
2
Cipolle
1
Sedano
1 gambo
Carote
1
Basilico
Quanto basta
Pomodori (passata)
800 g
Vino (bianco)
100 ml
Olio extravergine di oliva
Quanto basta
Sale
Quanto basta
Pepe
Quanto basta

Tagliate le carni di agnello e vitello a bocconcini; tritate finemente sedano, carota e cipolla e trasferiteli in una casseruola con abbondante olio extravergine di oliva e un pizzico di sale, fate cuocere circa 5 minuti o finché sono leggermente appassiti. Aggiungete la carne a bocconcini, le salsicce sbriciolate e fate rosolare 5 minuti.

Aggiungete la passata di pomodoro e proseguite la cottura, lentamente, per circa 2 ore. Lessate la pasta in abbondante acqua bollente salata, scolatela e conditela con il sugo.
Aggiungete qualche foglia di basilico fresco e servite.

Sfumate con il vino bianco e lasciate evaporare l’alcool.

 Santa Croce di Magliano Cerealicoltura di Melanico

L’appellativo tradizionalmente dato a Santa Croce di Magliano, quello di “granaio del Molise”, si riferisce soprattutto ai paesaggi della cerealicoltura della Contrada Melanico, in provincia di Campobasso. L’area di studio, estesa per circa 2304 ha, è situata nel territorio comunale di Santa Croce di Magliano, con piccole propaggini nei limitrofi comuni di Torremaggiore, Castelnuovo della Daunia e San Giuliano di Puglia. La significatività dell’area è legata alla persistenza storica della coltivazione estensiva dei cereali, ancora oggi in netta prevalenza rispetto al foraggio o agli ortaggi. Dal Catasto provvisorio del 1815 emerge che all’inizio del XIX secolo quasi i tre quarti della superficie agro-forestale del comune erano ricoperti da seminativo, senza piante legnose e con poche colture specializzate; il resto del territorio era adibito al pascolo La secolare tradizione della cerealicoltura ha dato una netta impronta al paesaggio, caratterizzato da grandi spazi e arricchito a partire dagli anni Cinquanta del Novecento dalla presenza di piccoli uliveti. L’integrità del paesaggio è stata influenzata dalla Riforma fondiaria, quando parte dei terreni di Melanico venne frammentata in 28 poderi di circa 6-8 ha ciascuno, ognuno provvisto di casa colonica in mattoncini rossi. Con le assegnazioni si è tuttavia mantenuta la diffusa coltura dei cereali, sebbene accompagnata da piccoli oliveti e orti in prossimità delle case coloniche. La vulnerabilità dell’area è legata al rischio di una progressiva ulteriore frammentazione.

Penne rigate panna prosciutto piselli e funghi

Ingredienti

  • 600 g penne rigate
  • 120 g prosciutto cotto
  • 120 g funghi
  • 120 g piselli
  • 200 g panna da cucina
  • q.b.olio extravergine d’oliva
  • q.b.sale
  • q.b.pepe nero
  • q.b.Grana Padano DOP

Preparazione

  1. Per prima cosa per preparare la pasta panna, prosciutto, fughi e piselli, mettere a bollire l’acqua per la pasta, in quanto il sugo è piuttosto veloce da preparare. Inoltre, se si è in primavera e si possono usare i piselli freschi, sgranarli, eliminando il baccello
  2. Tagliare, a questo punto, il prosciutto cotto a dadini e porlo in una padella ampia, facendolo rosolare insieme ad un filo d’olio. Nel frattempo, pulire e ridurre in fettine i funghi ed unirli, infine, nel tegame.
  3. Aggiungere anche i piselli (freschi, precotti o surgelati) e proseguire la cottura per 10 minuti, unendo acqua se necessario. Tuffare a questo punto le trofie nell’acqua bollente, dopo averla salata, ed unire al condimento la panna da cucina. 
  4. Aggiustare di sale e pepe il sugo e poi scolarvi all’interno la pasta. Saltare in padella per qualche istante, unendo una manciata di grana padano e acqua, se fosse troppo secca.
  5. Estrarre dal fuoco, fare i piatti, adagiando su ciascuno una cucchiaiata di sugo, e gustare calde le Penne rigate panna prosciutto piselli e funghi.
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Ecco la ricetta del parrozzo

Ingredienti per 6 persone:
300 gr. di cioccolato fondente,
150 gr. di farina di mandorle,
130 gr. di albume d’uovo,
80 gr. di tuorlo d’uovo,
80 gr. di zucchero,
60 gr. di burro chiarificato,
75 gr. di semolino di riso,
50 gr. di fecola di patate.
Per decorare:
q. b. di cioccolato gianduja.
Preparazione:
Per la preparazione del parrozzo iniziate setacciando la farina e la fecola. In una ciotola montate l’albume con lo zucchero, poi unite il tuorlo d’uovo. Mescolate il tutto e lavorate fino ad ottenere una montata sufficientemente leggera. Ora aiutatevi con una spatola per integrare il burro, la farina e il semolino, ponendo la massima attenzione a non smontare il composto. Versate il tutto in uno stampo di zuccotto unto di burro e cosparso di semolino. Infine cuocete per circa 40 minuti a 170 gradi.

Terminata la cottura, estraete il dolce e fatelo intiepidire, poi rimuovetelo delicatamente dallo stampo. Ora sciogliete il cioccolato fondente a bagnomaria e utilizzatelo per ricoprire il dolce, quasi fosse una glassa. In questa fase il parrozzo va posizionato su una gratella. Infine trasferite il parrozzo su un vassoio e guarnite con i riccioli di cioccolato gianduja.

Frosolone Sagra del baccala’e peperuol, sfilata dei carri

La tradizionale sfilata dei Carri allegorici, seguita dalla sagra “d’ru’ baccalà e d’r’p’peruol”, con la quale i frosolonesi, gente di orgogliosa origine montanara vocata alle scienze del sapere, alle produzioni artistiche e di qualità, agli scambi commerciali, risiedendo in un angolo suggestivo della Regione Molise, fulcro di antichi snodi viari, ci riporta al tempo in cui una miriade […]

Cartucce Della Suocera

Ingredienti: 300 G Pasta Tipo Penne Rigate8 Cucchiai Salsa Di Pomodoro8 Cucchiai Panna Liquida200 G Prosciutto Cotto4 Cucchiai Formaggio Parmigiano4 Cucchiai Formaggio Pecorino50 G Burro Preparazione: Cuocete la pasta. Nel frattempo mettete in un tegamino la salsa di pomodoro e la panna, facendola bollire. Scolate la pasta, conditela col burro e la salsa preparata, aggiungete […]

Penne rigate Con Ricotta E Melanzane

Porzioni:4 Ingredienti 2 Melanzane Sode Olio D’oliva Burro Aglio Abbondante Passato Di Pomodoro Basilico Spezzettato Sale Pepe Pasta Tipo penne rigate Preparazione Lavare, affettare due melanzane sode, cospargerle di sale, lasciare fare acqua in uno scolapasta. Asciugarle, rosolarle con olio e burro, aglio a piacere; cospargerle con abbondante passato di pomodoro, basilico spezzettato, sale e […]

Zuppa Di Cozze E Vongole

Porzioni:6 Ingredienti 1500 G Vongole 1000 G Cozze 500 G Pomodori 150 G Olio D’oliva 4 Spicchi Aglio Pepe Abbondante Prezzemolo

Preparazione In una pentola dopo aver soffritto l’aglio nell’olio si verseranno i pomodori pelati, pepe e dopo pochi minuti le vongole e le cozze. Coprite subito ed alzate la fiamma. I molluschi si apriranno ed il sugo si diluirà con l’acqua dei frutti di mare. Prima di servire aggiungete il prezzemolo tritato.

Pasta al broccolo del contadino molisano

Un cavolfiore
400 g di pasta
Olio
Due sarde
Aglio
Sale
Pepe
Concentrato di pomodoro
Uvetta sultanima
Pinoli
Zafferano

1 lavate E dividete il cavolfiore a pezzi quindi fatelo lessare in acqua salata per metà circa dell’intera cottura infine scolatelo e conservate l’acqua

2 in 1 piccola casseruola di terracotta Fare soffriggere 2 spicchi d’aglio con un bicchiere d’olio d’oliva

3 quando l’aglio avrà preso colore Aggiungete filetti delle due sarde

4 appena le sarde si saranno consumate versate due cucchiai di salsa di pomodoro è un po’ d’acqua calda lasciando cuocere per 10 minuti circa

5 quando il cavolfiore sì Sara leggermente sfatto Aggiungete un cucchiaio di uva sultanina lasciata ammorbidire in acqua e strizzata

6 Aggiungete una cucchiaiata di pinoli freschi rimestate ancora un poco

7 Completare con una bustina di zafferano versata direttamente ho sciolto in acqua tiepida

8 fate Lessare la pasta nell’acqua di cottura del cavolo scolateli molto al dente e uniteli alla salsa lasciando sul fuoco qualche minuto a tegame coperto

Calcioni Molisani

INGREDIENTI PER 4 PERSONE

– 200 g di farina bianca
– 50 g di strutto di maiale
– 1 uovo e 1 tuorlo
– succo di limone
– sale
– 200 g di ricotta
– 50 g prosciutto crudo a dadini
– 50 g di scamorza
– prezzemolo tritato
– pepe
– olio per friggere

PROCEDIMENTO

1. Come prima cosa, prendi un contenitore e mescolavi la ricotta, il prosciutto crudo a dadini, la scamorza, anch’essa a dadini, il tuorlo e il prezzemolo.

2. Metti della farina a fontana sulla spianatoia e al centro di essa lo strutto, l’uovo, il sale e il succo del limone; impasta il tutto fino ad avere un composto omogeneo.

3. A questo punto, stendi la sfoglia con l’impasto preparato prima; al centro di essa metti dei mucchietti di ripieno, distanti tra loro qualche centimetro.

4. Ora metti sopra l’altra sfoglia e premi, con le dita, attorno ai mucchietti di ripieno.

5. Ritaglia i mucchietti con il classico dischetto tagliapasta.

6. Ora prendi una padella e metti dentro molto olio per friggere.

7. Una volta che esso è caldo, mettici dentro i calcioni e ogni tanto girali per farli cuocere bene.

8. Quando i calcioni saranno pronti, falli scolare un po’ su alcuni fogli di carta assorbente e poi servili ancora caldi su un piatto da portata.

Farfalle Con Prosciutto E Melone

INGREDIENTI PER 4 PERSONE – 400 g. di farfalle– 1 melone sodo ma maturo– 200 g. di prosciutto crudo– 1 mazzetto di basilico fresco– olio extra vergine d’oliva q.b.– aceto balsamico q.b.– sale e pepe PROCEDIMENTO 1. Cuocete la pasta in abbondante acqua salata. 2. Nel frattempo pulite il melone e tagliatelo a cubetti regolari, […]

Calamari In Agrodolce

INGREDIENTI PER 4 PERSONE – 250 g di anelli di calamaro freschi o decongelati– 4 cucchiai di farina bianca– 2 cucchiai di semola di grano duro– 2 uova– 4 cucchiai di mandorle tritate– 2 bicchieri di olio di arachidi– 4 cucchiai di zucchero– 4 cucchiai di aceto bianco– 1 dado di pollo– sale PROCEDIMENTO 1. […]

Scamorza alla salsiccia

TIPICO DELL’ ABRUZZOPREPARAZIONE: 20 MINCOTTURA: 20 MINDIFFICOLTA’: MINIMAINGREDIENTI PER 4 PERSONE– 2 Scamorze affumicate- 400 g di salsiccia al finocchio- 1 cucchiaio di olio extra vergine d’oliva- 1 peperoncino piccante- 1 spicchio di aglio- ½ bicchiere di vino bianco- 8 noci- 1 cucchiaio di semi di finocchio- qualche rametto di finocchio selvatico- pepe Tagliate a metà le Scamorze nel […]

Scamorza alla salsiccia

TIPICO DELL’ ABRUZZOPREPARAZIONE: 20 MINCOTTURA: 20 MINDIFFICOLTA’: MINIMA
INGREDIENTI PER 4 PERSONE– 2 Scamorze affumicate- 400 g di salsiccia al finocchio- 1 cucchiaio di olio extra vergine d’oliva- 1 peperoncino piccante- 1 spicchio di aglio- ½ bicchiere di vino bianco- 8 noci- 1 cucchiaio di semi di finocchio- qualche rametto di finocchio selvatico- pepe

Tagliate a metà le Scamorze nel senso della lunghezza e tenetele a temperatura ambiente. Eliminate la pelle alla salsiccia e sbriciolatela tra le dita.Fate scaldare l’olio in una padella antiaderente, unite il peperoncino piccante e lo spicchio di aglio sbucciato e rosolateli a fuoco basso, aggiungete la salsiccia e fatela dorare mescolando, bagnate con il vino e lasciatelo evaporare a fuoco vivo. Sgocciolate la salsiccia dal condimento e tenetela da parte in caldo.Sgusciate le noci. Fate scaldare una griglia su fiamma alta; quando sarà rovente ponetevi le mezze Scamorze e fatele grigliare prima da un lato e poi dall’altro, quindi profumatele con i semi di finocchio e pepatele.Trasferitele su piatti individuali ricopritele con la salsiccia rosolata, aggiungete i gherigli di noce divisi a metà, completate con il finocchietto e servite subito ben caldo.

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Pesche di Castelbottaccio

Tempo di cottura: 50 minuti
Porzioni: Per 4 persone
Ingredienti: 500 g di farina 00
3 uova
100 g di zucchero
25 g di lievito di birra
latte
olio di oliva
sale
burro e farina per la placca
Per la crema pasticcera:
0,5 l di latte
1 limone non trattato
4 tuorli
100 g di zucchero
60 g di farina 00
Centerbe
Per rifinire:
alchermes
latte
zucchero

Preparazione: Setacciate la farina sulla spianatoia con una presa di sale, fate la fontana e al centro sgusciate le uova, unite lo zucchero, 8 cucchiai di olio e il lievito sciolto in poco latte tiepido. Impastate il tutto, aggiungendo se necessario altro latte, fino a ottenere un composto liscio. Formate con l’ impasto delle palline di circa 4 cm, disponetele sulla placca imburrata e infarinata, copritele con un canovaccio e lasciatele lievitare fino a quando avranno raddoppiato di volume, quindi infornate a 170 ∞C per circa 40 minuti: dovranno risultare gonfie e colorite. Sfornate e lasciate raffreddare. Nel frattempo preparate la crema pasticciera: in una casseruola dal fondo spesso portate a ebollizione il latte con la scorza grattugiata del limone. Montate in una terrina i tuorli con lo zucchero, quindi incorporate la farina setacciata, poca alla volta. Versate su questo composto il latte caldo, mescolando bene con la frusta, poi trasferite il tutto nella casseruola del latte, portate su fuoco basso, mescolando, e lasciate sobbollire per circa 2 minuti. Versate in un recipiente freddo, unite 2 cucchiai di liquore e lasciate raffreddare. Riempite con circa tre quarti della crema una tasca da pasticciere con bocchetta piccola e liscia, spremete poca crema sul lato piatto delle palline e unitele a due a due. Diluite la restante crema con qualche cucchiaio di latte e usatela per pennellare le pesche; pennellatele poi con l’ alchermes, rotolatele delicatamente nello zucchero e servite.

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Scapece alla vastese

Ingredienti: 1 kg di pesce tipo palombo, 1/2 l di aceto bianco forte, 1/2 cucchiaino di zafferano, un pò di farina, olio d’oliva e sale.

Preparazione:

Tagliare il pesce, infarinarlo e farlo dorare in padella con olio bollente. Scaldare l’aceto in una pentola non metallica. Versare lo zafferano nell’aceto bollente, tolto però dal fuoco. Disporre i pezzi di pesce fritto, a strati, in una pirofila e versarvi sopra la miscela di aceto e zafferano. Far macerare per 24 ore. Lo “scapece” si serve sgocciolato come antipasto e si conserva per 20-30 giorni in frigorifero.

Scapece alla vastese

Giugno: i Misteri di Campobasso

Cade nel mese di giugno una delle manifestazioni più conosciute al di fuori della regione: la Sagra dei Misteri. Da oltre due secoli e mezzo, angeli, diavoli, madonne e santi, sospesi nel vuoto, sfilano per le vie di Campobasso. Le attuali macchine dei Misteri furono ideate dallo scultore campobassano, Paolo Saverio Di Zinno (1718-1781), intorno al 1740. Di Zinno studiò un’armatura verticale su piattaforma di legno, da portare a spalla, che avrebbe retto dei bambini su sapienti diramazioni, mentre alla base si sarebbero collocati gli adulti. Si suppone che i Misteri, commissionati da tre Confraternite della città, sfilarono per la prima volta per le vie di Campobasso nel 1748. I 18 Misteri venivano custoditi a gruppi di 6 nelle tre maggiori chiese campobassane: S.Antonio Abate, S.Maria della Croce e S.S. Trinità ( la cattedrale).

Con il terremoto del 26 luglio 1805 andarono distrutti molti edifici e molte chiese; tra queste la chiesa della S.S. Trinità e quella di S.Maria della Croce e insieme ad esse alcuni dei Misteri ivi custoditi. I Misteri distrutti furono: la SS. Trinità, il Corpo di Cristo, la Madonna del Rosario, San Lorenzo, Santo Stefano, Santa Maria della Croce. Da allora sfilarono sempre in 12 fino a quando, nel 1959, i fratelli Tucci costruirono un tredicesimo Mistero, su un disegno attribuito al Di Zinno: il SS. Cuore di Gesù. La sfilata che si svolge oggi a Campobasso ha caratteristiche identiche a quelle del 1748. Nel giorno del Corpus Domini, tutte le persone che debbono interpretare i vari personaggi, compresi i bambini, si danno convegno nei locali in via Trento, dove i Misteri sono attualmente custoditi. Lì convergono anche i portatori, più di 200 e le bande musicali. I personaggi si vestono, vengono aiutati ad arrampicarsi sui rami metallici e vengono imbrigliati con cinghie alle strutture. Apre la sfilata S. Isidoro, a seguire S. Crispino, S. Gennaro, Abramo, Maria Maddalena, S. Antonio Abate, l’Immacolata Concezione, S. Leonardo, S. Rocco, l’Assunta, S. Michele, S. Nicola, e il SS. Cuore di Gesù.

Alle dieci in punto si apre il cancello, il caposquadra grida “scannètt allèrt” ed al battere, per tre volte, della canna palustre sulla base, i portatori sollevano il Mistero che, come per incanto, prende vita e comincia ad ondeggiare. La banda attacca il motivo, sempre lo stesso da anni, ed i Misteri attraversano la Campobasso antica, sfiorando i balconi, si fermano, sostano e riprendono ad ondeggiare ritmicamente tra migliaia di persone che fanno da ala al loro passaggio. Le strade percorse dalla sfilata sono le principali del centro abitato: via S. Antonio Abate, via Ferrari, via Mazzini, via Umberto I, via Cavour, corso Bucci, corso Vittorio Emanuele II, via Petrella, via Regina Elena, via De Attellis, via Trieste, via Milano, via Torino, via Marconi, via S. Antonio Abate. Intorno alle 13.00 in piazza Municipio il corteo riceve la solenne benedizione del Vescovo per far rientro, sempre sfilando, nei locali dove sono custoditi. Data la massiccia partecipazione popolare alla manifestazione la concomitante presenza di una fiera nelle strade del centro e la chiusura al traffico del centro abitato è tassativamente sconsigliato l’uso delle autovetture, che nel giorno della manifestazione invadono anche le vie periferiche della città. Nello stesso giorno si svolge una fiera, attesa tutto l’anno dai Campobassani e dagli abitanti dei paesi nell’hinterland, nell’area del vecchio campo di calcio in via Monsignor Bologna, con venditori ambulanti provenienti da tutta Italia.
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I Misteri di Campobasso

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Santa Croce Di Magliano Cb Molise

1. Questa Terra di S. Croce è chiamata col nome di Magliano, o perché è posta vicino a Magliano già distrutto, come vogliono i suoi Paesani, o per distinguerla dalla Terra di S. Croce di Morcone della Diocesi di Benevento, della quale parla il Ciarlante lib.1. cap.20 .p.92. e lib.4. cap.4. p.296. o pure con maggior verità, perché fu Casale della detta Terra, o sia Castello di Magliano, e per molto tempo è andata sotto il nome di Casale di S. Croce di Magliano, avendo preso il nome di Terra da Alcuni anni in qua, forsi a cagione di essersi accresciuta di Abitatori tra per la salubrità dell’aria, tra per la fertilità, e ampiezza de’ Territoij ; di maniera, che accosto di essa si è formato dagli Abitatori un Borgo, quale occupa maggior situazione di quella della Terra medesima.

   2. Di essa non si fa ricordo nella sentenza del Cardinal Lombardo, dell’anno 1175. molto meno nelle Bolle di Lucio III. dell’anno 1181. e d’Innocenzo IV. del 1254. dove si notano i luoghi, e le Chiese più principali della Diocesi Larinese ; non può dubitarsi però, che questo Casale fusse in piedi colla sua Chiesa di S. Croce in que’ tempi, avendosene chiara memoria nel Diploma di Adenulfo, e altri de stipite a favore del Monistero, e Prepositura di S. Eustachio in Pantasia nel primo anno de’ Regni di Carlo I. di Angiò, che fu nel 1266. come questo, e altro si legge in esso nel cap.10. di questo lib.4. §.2. n.5. e 7. e prima di detto Diploma se ne fa menzione nella Bolla della concessione delle Chiese di S. Bartolomeo, e di S. Vito, fatta da Stefano, Vescovo Larinese a favore del Monistero di Casamare nell’anno 1240. come appresso in parlarsi di Maglianello num.6. dove si riporta tutta distesa ; e facendosi menzione di questo luogo sotto nome ai Casale di S. Croce, deve avvertirsi, come in que’ tempi questo nome di Casale non era di molta significazione, come spiega Dufresne nella parola Casale : e perciò deve dirsi, che fu tralasciata la sua memoria in dette Bolle.

   3. Il nome poi di questa Terra di S. Croce fu introdotto senza dubbio a cagione della Chiesa di tal nome : imperciocché coll’occasione del suo comodo, il luogo tratto tratto si rese abitato da’ nostri Latini, conforme è avvenuto in altri luoghi di questa Diocesi, e altrove in simili casi; e poi dalle molte vicende di peste, tremuoti, guerre, e sciagure simili si rese disabitato totalmente, e lo supponiamo col terribile tremuoto del 1476. che si riferisce da S. Antonino nella sua Cronaca, part.3. tit.22. cap.14. §.3. di cui si fa parola in discorrersi di S.Giuliano, di Ururi, di Larino, di Casacalenda, e altrove nel decorso di queste nostre memorie.

   4. Tantoché resosi questo luogo disabitato vi s’introdussero poi gli Albanesi, ed Epiroti colla morte del di loro Prencipe Giorgio Castriota detto Scandembergh. Quando ciò sia avvenuto, diffusamente se ne parla in questo lib.4. cap.1. num.20. e seqq. ove si discorre di Ururi, e per ciò questo attualmente suole appellarsi Santa Croce de’ Greci. In appresso colla distruzione di MaglianoMaglianello, e luoghi vicini della medesima Diocesi, vi s’introdussero anche alcuni Latini ; dal che avvenne, che quella Terra fu divisa in due parti, una volgarmente chiamata lo Quarto de’Greci, e l’altra lo Quarto de’ Latini, a cagione, che in quella abitavano i Greci, e in questa i Latini, o siano gl’Italiani: ed essendo la medesima Terra cinta di mura con due Porte, quella, che è verso dove abitano gli Albanesi, si appella la Porta de’ Greci, e l’altra, che è dalla parte dove abitano i Latini, volgarmente si chiama la Porta de’ Latini. E per la stessa cagione prima, che vi s’introducessero i Latini, si amministrava la cura delle Anime sotto un Arciprete di Rito Greco : e appresso introdotti gl’Italiani da prima fu posto un Economo Latino, acciocché amministrasse per loro la cura delle Anime, e nell’anno 1632. fu eretta la Chiesa di S.Antonio di Padova in Rettoria per la cura delle Anime de’ Latini. Finalmente estinto affatto il Rito Greco col consenso di alcune poche persone di Rito Greco fu da Noi nel 1727. suppressa la cura Arcipretale così de’ Greci, come de’ Latini, e a’ prieghi comuni fu eretta un Arcipretura tutta di Rito Latino nella medesima Chiesa di S.Antonio di Padova, dove attualmente si esercita, come appresso.

   5. Sta essa Terra situata in un’amenissima pianura sull’altezza di un monte continuato, che declina verso Mezzo giorno ; e perché non è coverta da altre Montagne, gode la vista di tutta la Puglia, del Monte S. Angelo, o sia Gargano, Lago di Lesina, Mare Adriatico, Isole di Tremiti, e di tutte le Terre della marina fino passato il Vasto; come pure gode la vista della rinomata Montagna della Majella, famosa per li tanti Semplici, che vi nascono, i quali tirano gli Oltramontani per loro cagione a farvi viaggio; e finalmente gode ancora la vista di buona parte degli Apruzzi. Ed essendo elevata è di aria amena, e perfetta, dominata da tutti i venti, e dal Sole dal principio del suo nascere fino all’ultimo del suo tramontare.

   6. Le fabbriche, non sono da disprezzarsi, e vi sono Case assai comode, e ben formate, oltre ai Palagio Baronale, che è di buona forma. Essa Terra è murata con due Porte, come sopra. Il suo Territorio, perché abbonda molto di acqua per li varj rigagnoli, che vi sono, si rende fertile così in ogni sorta di vettovaglie, come in ogni spezie di frutti, e a questo si aggiugne anche la industria degli abitatori, che non lasciano di coltivarlo.

   7. A riflesso delle cose preaccennate questo è uno de’ luoghi numerosi di anime di quelle parti, abitato da varj Professori dell’una, e dell’altra legge, Medicina, Notari, e delle arti più colte, né vi mancano persone di molta comodità. Nella numerazione del Mazzella dell’ anno 1601. questa Terra non vi si trova. In quella del 1669.e stampata dal de Bonis nel 1671.si dice S. Croce antica fuochi 22. e nuova 95. e tra quei, che vanno, e vengono per affari continui le persone al presente sono del numero di circa 2000.

   8. Questo luogo essendo Casale fu posseduto da Adenulfo, e altri de Stipite, come si vede da un Diploma formato da’ medesimi, e che si riporta nel detto cap.10. §.2. ove si parla del Monistero, e Prepositura di S. Eustachio in Pantasia num.6. Poi con altri luoghi distrutti così in quanto al feudale, siccome in quanto al burgensatico fu posseduto dall’Illustre Famiglia Ceva Grimaldi de’ Duchi di Telese. Nella sìtuazione del Regno del 1669. tra’ Baroni, e Feudatarj di Capitanata si legge : Ill. Bartolomeo Ceva Grimaldi per la Terra di Magliano, di più per la giuridizione delle seconde cause della detta Terra di Magliano. Questi Signori la possederono fino al 1700. quando per la morte di Carlo II. avendo il Duca seguitato le parti di Carlo III. Imperadore, fatto Re di Napoli Sua Maestà Filippo V. restò questa Terra in Reggio Demanio cogli altri luoghi dello Stato di Telese, e nel 1707. ne fu reintegrato, venuto il Regno sotto Carlo III.

   9. Morto in Napoli l’anno 1709. D. Angelo Ceva Grimaldi Duca di Telese senza figliuoli, di nuovo la Regia Camera fece questa Terra di Regio Demanio, e l’Imperadore Carlo VI. e III. di questo nome Re di Napoli, la concedette in mercede a D. Rocco Stella di Medugno, suo Domestico per li servigj prestatigli nella Guerra, e con essa gli fu anche conceduto il Feudo nobile della distrutta Terra di Magliano colla Città di Telese, e Terre di Solopega, Riccignano, e Casolla, tutte come appartenenti al preaccennato Duca di Telese, morto senza successori in grado, e perciò furono devolute al Regio Fisco.

   10. Introdotta la causa in Regia Camera contro una tale concessione ad istanza di una tale Dama Ceva Grimaldi Sorella del suddetto D. Angelo, Duca di Telese , e Moglie del Prencipe di Arcadia, fu confermata la concessione de’ Feudi mentovati col titolo di Contado di S. Croce, a favore del sopraddetto D. Rocco Stella, e nell’anno 1715. de’ burgensatici di S. Croce con beni, e territorj della Chiesa di S. Vito posta nel Territorio di Maglianello coll’annuo Canone, che se ne paga per l’enfiteusi di essa di ducati dieci a favore del S. Seminario larinate in vigore della sentenza ottenuta dalla sopranominata Dama Ceva Grimaldi, Sorella del defonto Duca di Telese, e moglie del sopraddetto Prencipe di Arcadia ; siccome questo burgensatico presentemente si possiede dalla Casa del Principe d’Arcadia per le ragioni della suddetta Dama Ceva Grimaldie il Feudale fu posseduto dal mentovato D. Rocco Stella, Conte di S. Croce, e dopo la

sua morte da D. Pietro Stella suo Nipote, ed Erede sino al mese d’Aprile dell’anno 1734. quando entrato in Regno il Serenissimo Infante di Spagna D. Carlo Borbone, figliuolo di Sua Maestà Filippo V. Re delle Spagne, e coronato Re di Napoli, di nuovo la detta Terra di S. Croce cogli altri luoghi uniti alla medesima fu posta sotto il Regio Demanio, e attualmente si amministra da Domenico Antonio Lauda, Cittadino di S. Croce in nome della Regia Corte.

   11. Il Padrone del luogo distina il Governatore per l’amministrazione della giustizia, e il peculio universale si governa dagli Officiali dell’Università, chesi eleggono in pubblico parlamento ogn’anno, i quali tengono anche la cura dell’Annona.

Della Chiesa di S. Croce.

   12. Di questa Chiesa si fa menzione ne’ documenti di sopra accennati al n.2. Ella è posta nel luogo detto Piazza maggiore di questa Terra, ma picciola  e angusta. In essa si esercitava il Rito Greco, come sopra, si mantiene a spese dell’Università. L’Altar Maggiore tiene il titolo di S. Croce. Oltre di esso ve ne sono due altri, cioè uno sotto il titolo di S. Rocco, e l’altro sta dedicato al Santissimo Sagramento, e tanto l’uno, che l’altro tiene un monte frumentario per li suoi Cittadini, quali si amministrano per il proprio Procuratore, che si destina dalla Corte Vescovile. Vi sono due Statue, una della B. Vergine del Santissimo Rosario, posta dentro un armario di legno, assai ben fatto, e ha molte oblazioni de’ suoi divoti di argento, e di oro, che si conservano dal proprio Procuratore. L’altra Statua è di Sant’Antonio di Padova, che sta riposta in un altro armario, avendo ancora molte oblazioni, che si chiamano Voti, le quali si conservano dal Procuratore preaccennato.

Della nuova Chiesa Matrice sotto il Titolo di 
S. Antonio di Padova. 

   13. Questa Chiesa, che sta posta dentro l’abitato sopra la descritta altra Chiesa di S. Croce, fu edificata nel principio del Secolo passato, e poi nell’anno 1632. cresciuto il numero de’ Latini a’ prieghi di D. Barrolomeo Cova Grimaldi, Duca di Telese, possessore di questa Terra, fu eretta in Parrocchiale per uso di essi da Monsignor Persio Caracci colla riserva del Juspadronato a favore del Fondatore, e Dotatore con alcuni patti, e condizioni, come dal suo strumento sopra di ciò stipolato li 5. Decembre dello stesso anno 1632. per mano di Notajo Pietro Antonio di Aversa in Napoli nella Curia di Notar Giulio Selinella.

   14. Estinto il Rito Greco, e con esso l’Arcipretato di S. Croce, fu da Noi questa Chiesa di S. Antonio da Rettorale sublimata in Arcipretale con alcuni patti, e convenzioni tra Noi, e il Rettore da una parte, e l’Università dall’altra, come dal tenore di esso formato li 27. Ottobre dell’anno 1727. per mano di Francesco de Joannellis, Regio Notajo di Pietracatella, abitante in Montorio, Diocesi di Larino, e il tutto apparisce dalla Bolla di fondazione da Noi successivamente distesa, e se ne fa parola nel nostro Sinodo in stampa part.5. cap.10. n.2. p.128. e cosi pure fu fatta altra convenzione coll’Università intorno alle decime del Territorio del puro ristretto di S. Croce, come il tutto dalle medesime carte, che si conservano nell’Archivio Vescovile.

   15. Questa Chiesa, che era assai angusta a proporzione degli Abitatori, e rovinosa a cagione del flagello de’ tremuoti, che fecero molto danno in Puglia, specialmente nella Città di Foggia, che ne restò poco meno che distrutta, benché poi meglio riformata, procurassimo ristaurarsi, e ampliarsi, come in fatti datosi principio alla medesima nel mese di Novembre 1732. si è già totalmente perfezionatae quella, che prima era a tre navi di palmi settanta di lunghezza, e quaranta in larghezza, ora è di una nave lunga palmi cento quattro, larga quaranta, di ordineToscano, e abbellita con stucchi.

16. L’Altar Maggiore posto in prospettiva dell’ingresso della Chiesa sopra un maestoso Presbiterio sta dedicato al Santissimo Sagramento, e si governa per il Procuratore, o sia Quartolano della Chiesa, che si elegge dall’Ordinario. Gli altri Altari minori della Chiesa antica, sono distribuiti in questa nuova in tante Cappelle, e sono. Uno sotto il titolo di S. Maria della Pietà, il quale si provede del necessario da Michele di Luca, e da’ Figli di Berardino de Tata per loro divozione : altro sta dedicato a S. Antonio di Padova, Titolare di essa Chiesa, e vi è la sua Statua di legno, che si porta in processione il giorno di detto Santo: altro è quello della Madonna del Carmine, quale si amministra dal proprio Procuratore, che si conferma dall’Ordinario.Tiene un Monte frumentario, ed è stato eretto, e dotato dalla Casa, Ceva Grimaldi de’ Duchi di Telese, già Padroni di essa Terra. Vi è l’Altare coll’invocazione dell’Assunzione di Maria V. il quale si mantiene a spese dell’Università. E riferiscono, che il Quadro di questo Altare sia stato trasportato dalla Terra, distrutta di Magliano l’anno 1609. sotto il cui titolo era eretta la Chiesa Parrocchiale di essa Terra, e questa volgarmente si dice S. Maria di Magliano. Altro Altare è del Santissimo Rosario, e in esso vi è eretta una Confraternita sotto il medesimo titolo coll’uso de’ Sacchi di color bianco, e si amministra dal proprio Procuratore, confermato dall’Ordinario, quale Altare tiene anche un Monte frumentario per uso de’ Cittadini. L’Altare di S.Maria delle Grazie, che si riferisce di jufpadronato della Famiglia de Cocco, dalla quale si mantiene.

17. Si venerano in questa Chiesa molte Sagre Reliquie, distribuite in tre Reliquiarj di legno indorato con loro autentiche, e sono. Uno fatto a modo di Sfera con cristallo avanti, e in esso sono delle Ceneri di S. Antonio di Padova, degli Ossi di S. Lorenzo M., degli Ossì di S. Stefano Protom., di S. Rocco Confess e di S. Pasquale Baylon. Il secondo è a modo di Piramide co’ suoi cristalli da ogni parte, dove sono del Legno della Santissima Croce, posto in una Croce pendente di cristallo, degli Ossi de’ Santi Crescenzia M., Giacomo Ap., Attanafio M,. Crata M., Palerio Vescovo, Telesino, Equizio, e Compagni, Filippo Ap., Fulgenzio M. B., Giovanni Éremita, e Urbano M. Nel terzo pure a modo di Piramide, tutto di vetri uniti vi stanno degli Ossi di S.Pardo Vescovo e Confess. T. Protettore principale della Città, e Diocesi di Larino, de’ SS. Maria Maddalena, Benedetta V. e M. Simplicio M., Agapito M, Filippo M., Giuliano M. Raimodo, Savino Vesc. e M. e Paulina M., Oltre a’ suddetti tre Reliquiarj vi è una Cassetta sigillata con cera di Spagna, dove sono degli Ossi de’ SS. Bonifacio M., Amato M., Giusto M., Generosa M., Fausta M. e Gioconda M.

18. Questa Chiesa è proveduta di tutto quanto possa essere bisognevole per l’esercizio della cura delle Anime, e per officiarsi in tutte le altre funzioni Ecclesiastiche, che si esercitano dal proprio Arciprete, e da buon numero di Ecclesiastici, che servono l’Arciprete nel suo ministero.

Delle Fette particolari, che si osservano in questa Terra.

   19. In questa Terra religiosamente si celebra la Festa di San Giacomo Apostolo a’ 25. di Luglio, come di Padrone con rito doppio di prima classe coll’ottava. Si celebra anche di precetto, e con pompa la Festa di S. Antonio di Padova a’ 13. di Giugno, come Padrone principale, e Titolare della nuova Chiesa Matrice. Di divozione poi si celebra la Festa di S. Rocco a’ 16. Agosto, come in altre Terre di questa Diocesi, a cagione di averlo Protettore appresso Iddio per qualche contaggio. Finalmente si celebrano di precetto le due Festività della S. Croce, tanto de’ 3. di Maggio per l’Invenzione, quanto de’ 14. di Settembre per l’Esaltazione, e questo come titolo della prima Chiesa Matrice.

Della Chiesa dì S. Giacomo Apostolo.

   20. Siccome dentro la Terra non vi sono altre, che le sopra descritte due sole Chiese, così fuori di essa non se ne vede, che una, la quale essendo molto antica, e deforme sotto il titolo di San Giacomo Apostolo, Padrone della medesima, posta per la strada, che conduce alla Badìa, e feudo di S.Elena, l’Università ha principiato a fabbricarne un altra sotto lo stesso titolo, non molto distante dalla prima di miglior fattezza, e modello, ed è stato ordinato, che nel luogo della Chiesa vecchia di S. Giacomo sia formato un Cimiterio, e l’uno, e l’altra si ritrova in buon stato.

Luoghi distrutti nelle vicinanze di Santa Croce. 
 
Del Piano della Cantara. 

   21. ERA posto verso Melanico, distante mille cinquecento passi in circa. Oggi si vede affatto distrutto, e ridotto al suolo, e mutato in coltura. Vi sono alcuni vestigj delle sue fabbriche, in particolare di Acquedotto dal Fonte, detto della Quercia, fino allo stesso luogo, che ancora serve per uso di quei Coloni. Di questo non abbiamo memoria nelle nostre Scritture , che sono rimaste, se fusse Terra, o Castello, o Casale ; onde è, che non possiamo dire cosa stabile, e certa né del suo principio, né del suo fine.

Dì Cola Crivello.

   22. Questo luogo con nome corrotto si dice Cola Crivello, e propriamente si deve chiamare Colle Crivello, come si legge in alcune Scritture, che parlano di esso come di un confine. È posto dalla parte Settentrionale della Terra di Santa Croce verso quella di Loritello, distante tre miglia in circa. A noi è affatto ignoto, se questo luogo fusse stato abitato, non ritrovandosene memoria nelle nostre Scritture: Si vedono però alcune vestigia di abitazioni, in particolare di un Molino dall’acqua, che prende dal Fiume Tona nel luogo, appellato il passo della Taverna, dove il Barone di S.Croce ha incominciato la fabbrica di un nuovo Molino.

Di Cola Consume.

   23. Similmente Cola Consume Ã¨ un nome corrotto, e il vero nome deve essere Colle Consume, siccome si legge nelle suddette Scritture, specialmente nella Bolla di Stefano Vescovo di Larino, che si riporta distesa appresso. Era situato verso il detto Fiume Tona, dal quale è distante cento passi, e due miglia, e mezzo in circa da questa Terra di S. Croce. Si vedono alcuni segni di fabbriche delle antiche abitazioni, in particolare de’ fondamenti, con un fonte di acqua abbondante. Di esso non abbiamo altro, che la fama de’ Paesani, onde non possiamo dirne cosa in particolare.

Della Terra di Maglianello.

   24. Era posta verso il Fiume Tona, distante dal medesimo duecento passi in circa, e da S. Croce due miglia. Niente sappiamo della sua origine. Si fa ricordo di essa nel Catalogo de’ Feudatarj di Capitanata, dato in stampa dal più volte lodato Carlo Borello pag.151. Dominus Henricus Cena tenet Malianellum, quod est medium Feudum  ; e nelle più volte riferite Bolle di Lucio III. e d’Innoc. IV. nelle quali si nota tra i luoghi della Diocesi Larinese, e tra le Arcipretali ancora al presente si numera, e in occasione della celebrazione de’ Sinodi si chiama Archipresbyter Malleanelli, Supponiamo distrutto detto luogo dalle sciagure, alle quali sono stati soggetti altri luoghi, più volte tra queste nostrre Memorie accennate.

   25. Stimiamo intanto non trascurare la memoria di alcune Chiese, cioè di S. Bartolomeo Apostolo, e l’altra sotto il titolo di S. Vito di sopra mentovate, le quali da’ Vescovi Predecessori, cioè da Pietro furono concedute, e poi confermate da Roberto, e da Stefano a Paolo Abate del Monistero di Casamare con riserva di molti dritti a favore della Chiesa di Larino sopra di dette Chiese, e loro Territorj, come da detta Bolla di Stefano Vescovo Larinate, che si conserva in originale nell’Archivio di Larino in carta pergamena, la di cui copia si legge negli atti della nostra Visita ottava del 1734. pag. 216. tom.1. e noi stimiamo qui trascriverla.

   26. Stephanus Dei Gratta Larinensis Ecclesia Episcopus, licet immeritus, uni cum consensu, & voluntate hujus nostri Capituli Paolo Monasterii Casamarii Abbatis, ejusque fratribus tam presentibus, quam futuris professis in perpetuum, salutem. Inreligiose, & inhoneste viventibus non solum manus auxilii denegandum, verum etiam sacris edocumentis est resistendum, atque pro viribus obviandum. Sicut sancte, pieque viventibus, & religiosam vitam ducentibus pietatis, & devotionis . . . . . . . omnibus est subveniendum. Et eìs ne aliqua necessitate cogente, quod absit . . . . . manum auxilii, & consilii . . . . . . . succurrendum. Docente Scriptura, si videris fratrem tuum necessìtatem patientem & c. Ea propter bon. mem. Petri, & Roberti praedecessorum nostrorum pia vestigia imitantes nostra bona voluntate, ac stabili firmitate coram Testibus subnotatis concedimus, & in perpetuum confirmamus vobis Dompno Paulo Abbati Monasterii Casemarii Venerabili in Christo Fratri, vestrisque Successoribus in eodem Monasterio canonice substituendis Ecclesiam S. Bartholomaei, & Ecclesiam S. Viti in Territorio Malianelli sìtas cum omnibus earum pertinentiis, quae hiis finibus continentur. A primo latere incipientes a parte Orientis earumdem pertinentiarum possessio ubi dista . . . . tur primus finis inter hanc possessionem, & Terram S. Joannis fontis ramingie Incipiens a . . . . . . & vallone cupo in loco, qui dicitur Collis Consumi tendit ascendendo per ipsum Vallonem in ipsum pratum, & ab ipfo Prato vadit per lapides intitulatos usque in verraginem, & per ipsum Verraginem saliendo venit ad aroam Veterem ad viam Lorotelli redeundo ubi intitulatì lapides sunt infixi, &per limitem saliendo ascendit in montem . . . . . . . Vetus strata, & per ipfam stratam pergit ascendendo usque prope Semitam quae venit ab Ecclesia, S. Crucis ad Ecclesiam S. Viti. In qua semita veniens intitulati lapides discernuntur veniens ad limites . . . . . . . . pergens vero per eumdem limitem per fixuras pervenit usque ad caput Terre Roberti Johanne Sclavi, deinde per lapides intitulatos eundo venit super montem Marinum, & per lapides intitulatos descendens . . . . . . . . .  lapides sunt infixi. A cujus latere descendit per fictoras eundo . . . . . . . . . ad quandam reconam tanquam gaydam titulis determinatam, & ab eadem per titulos determinatos pervenit ad Verr . . . . . . . . . Vallonem . . . . . . .  & per ipsum Vallonem . . . . . .  Septemtrionali vadit per Verraginem descendendo usque ad Tonam, & ab eo loco per flumen tane pergens descendit distinguendo Terram S. Viti, & Terram usque ad Vallonem Cupum Collis Consumi, ubi est primus finis. Quae etiam in praesentiarum . . . . . . . . . . , & canonice possident, vel in futurum largitione fidelium acquirere poterunt. Sane nostra, nostrorumque successorum contraditione vel molestia. Liceatque vobis de utraque Ecclesiam unam facere. Consacratio cujus soli Larinensi Episcopo . . . . . . . . . . contra paginale praesentis tenorem ausu temerario venire temptaverit vel novas exactiones ejusdem Ecclesiae imponere voluerit, tunc liceat vobis vestrisque successoribus alium Episcopum convocare, & Ecclesiam, vel Altaria ab eodem, & per eundem consecrare. Nisi praefatus Episcopus conversus suum duxerit errorem corrigere. Et ne in posterum aliqua inter Episcopum, & Capitulum Larinen, & vos, vestrosque successores orir i, quod absit, controversia possit. Illam, vel illas Ecclesias censuales Larinensi Episcopo constituimus. Videlicet in festivitate S. Pardi duas libras cere annuatim persolvant. Quartam mortuariorum, & oblationum, quae ibidem Christifideles Larinen. Parochie contulerint nisi a conferente pro eadem. Quarta exigendo fuerit Episcopo Larin. provisum similiter exolvat. Si autem decedens malignari voluerit quantum de jure quarte desumpserit tantum qui pro tempore jam dictas Ecclesias per vos, vel per successores vestros gubernaverit exolvat. Si autem Larinen. Episcopus, vel ejus Nuncii, sive Canonici praefati Episcopii inde casu transitum habuerint necessaria hospitii juxta loci ordinem sìbi non derogentur omni exactione, vel gravamine sublato. Nec illud permittendum est unde maxime solent inter Episcopos, & Monasteria. exoriri controversiae ne aliquem Clericum extraneum ad divina celebranda recipiant nisi prius Larinen. Episcopo ne malus existat ostensus fuerit. Vel forte habitum Religionis phèmpre recipere voluerit. Neque liceat praefatis Ecclesiis divina celebrantibus sponsalia benedicere, nisi majoris Ecclesìae Larinen. Dioeces. licentia fuerit impetrata. Nec sacros fontes exigere, neque Decimas Larin. Ecclesiae Parochianorum recipere nisi tantum de praediis vobis legitime assignatìs, quae vulgari modo terraticum vocatur. Et quibuscunque Larin. Ecclesiae janue clauduntur, Nihilominus Supradictarum Ecclesiarum janue claudantur, nisi ut jam dictum est Religionis habitum assumere voluerit. Nec etiam liceat nobis, vel successoribus nostris in prephatis Ecclesiis aut ìbidem servientibus Divina interdicere, nisi censum, vel Quartam sicut supra constitutum est contumaciter retinuerit. His, qui tunc praedictis Ecclesiis praefuerit sub vestra vel vestrorum successorum gubernatione : Statuentes ut nulli unquam hominum liceat contra, hanc nostrae concessionis vel institutionis paginulam venire. Quod si ausit temerario, contra eam venire, infringere, vel perturbare temptaverit, anathema, Maranathe super eum inducimus. Et cum Juda proditore eternis incendiis associamus. Conservantibus autem pacem, &” quietem eis providentibus sit pax Domini Noslri Jesu Christi in perpetuum. Quod superius diximus de Quarta oblationum, & mortuariorum de mobilibus tantum intelligimus, de immobilibus nihil petere debeamus, ad cujus e oncessionis, & confirmatìonis memoriam, & cautelam duo similia instrumenta per manus Matthaei Larinen. Canonici nostri Notarii fieri fecimus, unum quorum est apnd Ecclesiam Monasterii Casemarii, alterum vero penes Larin. Ecclesiam retinemus. Scriptum a me Mutthaeo Larin. Canonico de mandato ejusdem Episcopi anno Dominicae Incarnationis MCCXL. tertie decime Indictionis feliciter.

   27. Ma non Sappiamo, se questa concessione abbia avuto il suo effetto, e possiamo supporre di non averlo avuto: imperciocché nella Storia di questa Badia di Casamare, che fu de’ Cisterciensi, data alle stampe con idioma Latino da Filippo Rondinini in Roma l’anno 1707. e in tempo, che ancora si riteneva in Commenda dalla f. m. di Clemente XI. ottenuta prima della sua gloriosa esitazione al Pontificato, non vediamo, che si faccia memoria veruna di queste nostre Chiese di S. Bartolomeo, e di S. Vito nel Rolo delle Chiese soggette al suddetto Monistero ; e si conferma questo nostro sentimento, perché da tempo del quale non si ha memoria in contrario le suddette Chiese, e loro beni si leggono uniti al S. Seminario Larinese, leggendosi tra gli altri monumenti nel Sinodo celebrato l’anno 1649. sotto il Vescoyo Persio CaracciArchipresbyter S. Viti in pertinentiis Malleani, vacat. Comparuit Perceptor S. Seminarii pro unione antiquitus facta, & percipit Domino Barone S. Crucis, qui  possidet Feudum quolibet anno in Mense Junii ducatos decem, & Respondit, adsum, conforme attualmente si pagano li ducati dieci suddetti dal Possessore di S. Croce al Seminario ; seppure non volessimo dire, che poi da’ P.P. Citterciensi sia stato abbandonato questo luogo coll’occasione, che il Monastero di Casamare fu dato in Commenda da Martino V. al Card. Prospero Colonna, suo Nipote, e che successivamente i Vescovi Larinati abbino unito al Seminario di Larino le dette Chiese, e loro beni, e dato questo in enfiteusi al Possessore di S. Croce.

Di Magliano.

   28. Di questa Terra, o Castello non si fa menzione nella sentenza del Card. Lombardo, e molto meno nelle Bolle di Lucio III. e d’Innocenzo IV. e niente sappiamo della sua origine, e se sia stata prima, o dopo, e supponiamo, che colla distruzione di Maglianello sia risorto Magliano posto vicino, e quasi accosto a Maglianello. Maglianello però si stima distrutto prima, e Magliano più tardi, e forsi col gran tremuoto del 1456. di cui si è parlato più volte, ma tanto fu abitato, e poi lasciato in abbandono, nel 1609. in circa, quando furono trasportati dalla sua Arcipretale i Sagramenti, e Sagramentali nella Terra di S.Croce, ridotta la Chiesa Arcipretale in Beneficio semplice, furono uniti i suoi beni al Sagro Seminario di Larino con Bolla di Monsignor Caracci del 1653. e negli Atti del Sinodo celebrato dal medesimo l’anno 1655. tra le chiamate si legge : Archipresbyter Terra Magliani destructae Beneficium simplex unitum S. Scminario 1653. R. pro Seminario R. D. Deodatus Canonicus Trencia Perceptor. Ancora si vedono alcuni insigni vestigj posti sopra un colle di buon’aria, e una Torre, che si ritrova in buon essere, e quella volgarmente si appella il Castello, e Torre di Magliano, che confina col Territorio di Montelongo, distante dal Fiume Tona circa duecento passi, e da S. Croce un miglio, e mezzo.

Di Civitella.

   29. Questo luogo è posto nelle medesime contrade tra il Fiume Tona, e S. Croce, distante un miglio dall’uno, e dall’altra. Egli è diverso da Civitella, che abbiamo nel Territorio di Larino. Di esso si fa menzione nel Catalogo de’ Baroni sotto Guglielmo il Buono, stampato dal Borello pag.151. ove si legge: Dominus Gervafìus, fìlius Maynerii tenet Civitellam, & Montem longum, quod est Feudum unius Militis. Così pure se ne fa menzione nelle Bolle di Lucio III. e d’Innoc. IV. e nel Diploma di Adenulfo, e di altri de Stipite dell’ anno 1266. a favore del Monistero, e Prepositura di S.Eustachio, che si legge nel cap.10. §.2. num.6. di questo lib.4. e la sua distruzione si stima antica, e forsi da quattro Secoli, non avendosene memoria, neppure nel Registo delle Chiese Arcipretali, e appena si vedono vestigj delle sue fabbriche.

Bonefro Cb Molise

IL PAESE Bonefro è situato a 631 mslm e conta attualmente 2.200 abitanti.La sua origine risale al periodo Longobardo. Sullo sperone roccioso del colle che da’ sul “Vallone varco” furono costruiti il Castello, la Chiesa Madre e le case più antiche che formano la “Terra Vecchia”. L’abitato si estendeva verso l’esterno attraverso le porte “Porta Fontana”, “Molino” e “Piè la Terra”. Nel corso dei secoli il paese si sviluppò nei luoghi detti “Il Piano”, “Il Monte” e “Le Lame”. Nel 1700 la parte vecchia e la parte nuova del paese furono unite dalla “Piazza” ricavata nell’area del piano. Con la costruzione del Monastero nel 1716, Bonefro raggiunge la sua struttura base definitiva. LE CHIESE CHIESA DI SANTA MARIA DELLE ROSE Forse di origine romanica, ha subito nel corso del tempo numerose modificazioni che ne hanno alterato l’aspetto originario. La chiesa dedicata a S. Maria delle Rose è la chiesa madre o parrocchiale del comune di Bonefro ed è situata nel centro storico, nelle immediate vicinanze del Castello. Anticamente tra i due edifici esisteva un passaggio coperto, poi fatto demolire alla fine XIX secolo. La prima breve descrizione della fabbrica è contenuta in un documento nel 1614. Ha subito, fino ai nostri giorni, numerosi rifacimenti che ne hanno mascherato il disegno originario. La facciata dellachiesa rivolta verso il Vallone Varco evidenzia chiaramente le caratteristiche dello stile romanico conil peso eil volume delle strutture e la mole del campanile.La sua pianta quadrata si sviluppa nella navata centrale lunga 22 e larga 8 metri e in quelle laterali lunghe 17e larghe 7 metri. Nel corso del XVIII secolo la chiesa all’interno ha subito le maggiori modificheche le hanno conferito un aspetto barocco. Anche l’altare maggiorerisale alla seconda metà del Settecento.. Un restauro del 1853 portò, tra l’altro, alla ricostruzione dell’intera facciata. All’interno presenta un organo, in stile barocco costruito in legno dal beneventano Michele Bucci. La statua di S. Maria delle Grazie, anch’essa in legno, risale al 1745. CHIESA DI SAN NICOLA Non si conosce l’epoca esatta della fondazione della chiesa di San Nicola o cappella di San Nicolò, patrono di Bonefro: il primo documento che ne descrive l’esistenza risale al 1614. La fabbrica fu edificata fuori dalle mura del paese a navata unica, come chiesa di campagna. Fu ampliata successivamente nel 1678 con l’aggiunta di due navate laterali. Gli altari nel 1689 erano quattro: Altare di San Nicolò, Altare di san Rocco, Altare di S. Antonio, Altare di S.Giovanni e Paolo. Nel Settecento, a causa del cattivo stato di conservazione, fu abbattuta e ricostruita. Interventidi ristrutturazione successivi ne hanno modificato notevolmente l’aspetto originario. Nel 1893 sulla facciata fu inserita una meridiana. Attualmente la Cappella presenta quattro altari: Altare Maggiore, Altare della Madonna del Carmine, Altare della Madonna della Libera, Altare della Madonna di Lourdes (in legno). IL CASTELLO Laprimacostruzione del Castello o Palazzo baronale situato a Bonefro, amargine del primonucleo edificato, presumibilmente risale al periodo longobardo. L’attuale Castello fu probabilmente riedificato e ampliato, sopra il precedente edificio, dal periodo normanno a quello aragonese. Le ultime trasformazioni planimetriche, risalgono quasi sicuramente al 1400, quando l’edificio ha assunto la configurazione attuale corrispondente alloschema aragonese diffuso in tutto il Mezzogiorno. Attualmente il Castello presenta tre torri, in parte cilindriche e in parte a scarpata e un quarta torre completamente cilindrica e di dimensioni più ridotte,in prossimità dell’ingresso principale alla chiesa di S. Maria delle Rose. Un disegno a colori e una fotografia del XIX secolo riportano una quinta torre, crollata nel 1888, a forma ottagonale e staccata dal resto del Castello, formalmente analoga alle torri di Castel del Monte ad Andria e perciò verosimilmente risalente al periodo svevo. Durante il periodo feudale il Castello ospitava anche le carceri eagli inizi del 1800 la guardia civica. Il Castello oggi utilizzato come abitazione privata, fino al 1910 è stato posseduto da un unico proprietario, alla fine è stato frazionato e venduto a privati cittadini. La sua struttura risulta difficilmente percepibile per chi visita il centro cittadino, in quanto le alterazioni architettoniche subite lo hanno reso perfettamente omogeneo alle strutture edilizie del contesto. IL CONVENTO DI S. MARIA DELLE GRAZIE Originariamente il Convento di Bonefro era situato nel piano della fontana ed aveva il titolo di S. Maria delle Grazie. La primitiva fondazione si può far risalire al XVI secolo: essa era ubicata tra la Fontana della Terra e la Fontana dei Ciechi e andò in rovina nel 1702. I nuovi edifici furono ricostruiti utilizzando i materiali di quello precedente, nella posizione urbana che ancora oggi occupano, alla sommità di una collina che domina tutto il vecchio centro abitato. I lavori furono terminati nel 1716. Nel 1736, nel giardino che si trova in mezzo al chiostro fu costruita una cisterna. Successivamente fu edificato anche il campanile. Incorporata al Convento era la Chiesa di S. Francesco. La vita monacale cessò nel 1809, successivamente l’edificio divenne di proprietà comunale e fu adibito a diversi scopi, tra cui caserma militare, carcere civile, scuola pubblica, attualmente a Museo Etnografico, il piano superiore a ostello, e per l’allestimento delle mostre. L’annessa chiesa di San Francesco, invece, è stata interessata da un intervento di consolidamento da parte della Soprintendenza BBAASS del Molise nel 1989. IL MUSEO ETNOGRAFICO Il museo inagurato ufficialmente nell’agosto del 1991 per l’iniziativa di uno storico locale, il prof. Michele Colabella che, usufruendo anche dell’aiuto di un progetto del Comune ha provveduto a reperire, schedare e sistemare i pezzi nelle sale messe a disposizione dal Comune. Attualmente custodisce olte 2000 pezzi, collocati nel Convento di S. Maria delle Grazie di recente ristrutturazione, in quanto il complesso presenta allo stato attuale una distribuzione interna che ben si presta come sede definitiva per l’istituzione museale e, dato il gran numero di sale disponibili, ad un vero e proprio centro polifunzionale. Il ricco materiale viene apprezzato per la sua completezza, in quanto spazia sull’intero ciclo della vita umana e su tutte le tipiche attività lavorative locali. I PALAZZI Il Comune di Bonefro sono presenti alcuni esempi di palazzi signorili tra i quali meritano di essere citati il Palazzo Miozzi ed il Palazzo Maucieri. Il Palazzo – nella foto – della famiglia Mozzi, situato in largo Convento, era di proprietà dell’Arciprete Don Teodoro Tata; i nuovi proprietari lo rimodernarono ed ampliarono con l’ala che dà su via di Dio. La parte di proprietà del Generale Francesco Sacco è stata donata al Comune di Bonefro e i suoi locali sono stati utilizzati, successivamente, come scuola, Municipio, Pretura. Il Palazzo Maucieri, costruito tra il 1927 ed il 1929 da Giovan Battista Maucieri, doveva essere adibito ad ospedale, ma successivamente fu trasformato in asilo. E’ caratteristico per la sua architettura composta ed ordinata e per la tipologia tipica del piccolo palazzo. LE PORTE Nella parte antica del paese, denominata Terravecchia, sono conservata quattro porte inserite nelle mura di cinta, vestigia del periodo feudale: Porta Molino, Porta Piè la Terra, Porta Fontana e Porta Nuova. Le prime tre sono molto antiche, mentre Porta Nuova fu costruitaquando l’abitato si estese verso le campagne del Borgo. Tutte le porte sono state oggetto di interventi che le hanno rese poco riconoscibili all’interno della cortina edilizia in cui sono inserite. Innanzi la Porta Molino, verso l’interno dell’abitato, secondo la tradizione orale, si trova la Piazza del Paese. Porta Piè la Terra Porta Molino Porta Nuova Porta Fontana LE FONTANE LA FONTANA DELLA TERRA La fontana, costruita nel 1771 con il contributo della popolazione, è sempre stata uno dei monumenti più significativi del paese e ne costituisce tuttora l’emblema. E’ realizzata in pietra da taglio ed è composta da sei fornici ad archi lobati con interposte evidenti paraste alla cui sommità c’è una marcata trabeazione. Al di sopra di quest’ultima c’è un magnifico frontone sormontato da fregi e pinnacoli di rimarchevole fattura. La fontana della Terra è anche detta della Salute. Fu restaurata nel 1816. LA FONTANA DEI CIECHI Una delle altre fontane che merita di essere citata è la Fontana dei Ciechi, posta lungo una delle vie principali di accesso al paese. Edificata nel corso XIX secolo, è costituita da un blocco unico segnato in maniera rimarchevole da quattro paraste che sorreggono una trabeazione alla cui sommità ci sono dei fregi e dei pinnacoli decorativi. Lateralmente sono presenti due abbeveratoi in pietra costruiti in momenti diversi. LE ALTRE FONTANE A Bonefro le antichesorgenti e fontane si sono sempre configurate come importanti punti di riferimento territoriale: esse sono dislocate in vari punti del centro urbano e dell’agro poiché costituivano tappe fondamentali di antichi percorsi della civiltà contadina, in particolare quelle situate lungo le strade extraurbane, in prossimitàdi ogni ingresso al paese rappresentavano l’ultimo punto per l’approvigionamento idrico di uomini ed animali prima del rientro dalla campagna; la presenza di alcune di essealle porte del nucleo abitato, denota una logica insediativa perfettamente riconoscibile che favoriva il sorgere degli insediamenti in prossimità delle sorgenti. La fontana del Ciciliano – nella foto – risale al 1816.

Montorio Nei Frentani Cb Molise

l comune è di origini antichissime. In tutto l’agro si ritrovano resti d’epoca preistorica (4000 a. C.) e storica. Sepolcri, rottami di fabbrica, fondamenta, pezzi di mosaico, monete, lucerne, statuette ed altro materiale sono stati rinvenuti sia sul luogo dove attualmente sorge il paese, sia in altre località del suo agro: S.Michele, Grotte, Castellano, Piana, Fonte Sambuco, Pezze del Comune, Noce Pagliuca.

L’etimologia del toponimo è controversa. In alcuni documenti dei secoli XI e XII si può trovare sia il nome “Mons Aureus” che “Mons Taurus”. “Mons Aureus” potrebbe derivare dal colore dorato delle sue terre, mentre “taurus” è legato al significato di altitudine. Da uno di questi due nomi venne fuori “Montorius”, mentre l’appellativo “nei Frentani” fu di seguito aggiunto con un Regio Decreto del 1864 per distinguerlo da altri comuni situati al di fuori del territorio regionale questa scoperta porta la data del 1969.

Fonti storiche accertano che durante la seconda guerra Punica il territorio di Montorio fu teatro di scontri tra Annibale e Fabio Massimo. Successivamente con il crollo dell’Impero romano le popolazioni per sottrarsi alle invasioni barbariche, si raggrupparono nello stesso territorio, dove poi nacque il paese attuale. Qui furono costruite le prime abitazioni, intorno al castello e alla chiesa già esistenti, che facevano parte del sistema di difesa studiato da Vito Avalerio e dai De Molisio, entrambi conti normanni, come appare nel Catalogo borrelliano intorno al secolo XII. Montorio così entrò a far parte della Contea di Molise e fu feudo dei De Molisio fino al secolo XIII.
Nel periodo longobardo Montorio fece parte della Ducato di Benevento, appartenendo alla contea di Larino, mentre nel periodo normanno fu compresa nella contea di Loritello (Rotello). In epoca rinascimentale fu conquistato, nell’ottobre 1462, dal re Ferrante d’Aragona, al tempo della lotta dinastica conto Giovanni d’Angiò: è di quel periodo l’insediamento nel Borgo di un gruppo di profughi greco-albanesi scampati alle stragi ottomane. Così pure, è da ricordare la rivolta popolare contro i soprusi del feudatario di metà sec. XVI detta del muro rotto. Di quest’epoca sono le chiese della SS. Annunziata, di Santa Caterina d’Alessandria e dei SS. Marco e Lazzaro.

Nel corso del tempo il paese fu posto sotto il controllo di diverse famiglie sino all’eversione della feudalità. Montorio appartenne a vari feudatari. I primi feudatari furono, verso la fine del 1100, Vito Avalerio ed Enrico Cena. Seguirono, attraverso i secoli: de Molisio (inizi 1200-primi anni del 1300); Gambatesa-Monforte (inizi 1300 fine 1400); de Capua (1500); Castelletti (1600), Mastrogiudice (fine 1600 metà 1700), Ceva-Grimaldi (metà 1700 fine 1800). Il XVII secolo fu un periodo di depressione a causa anche della pestilenza del 1656 e del terremoto del 1688 che ridussero il paese in misere condizioni; solo agli inizi del ‘700, grazie alla feudataria Sinforosa Ceva- Grimaldi, il paese riuscì risollevarsi dalla crisi.

la capitale mondiale dell’uncinetto Trivento

Paese del Molise dal 2018 e conosciuto come città dell’uncinetto L’arte dell’uncinetto ha messo insieme donne di tutte le età per addobbare e abbellire la città.A Trivento e stato fatto il tappeto ad uncinetto più lungo del mondo e l’albero di Natale all’uncinetto più alto del mondo.Queste opere sono autentiche e sono esposte in Piazza Fontana.In estate vengono artisti provenienti da altri paesi invitati a realizzare oltre settanta opere di crochet per decorare il percorso che iniziava da Piazza Fontana fino a giungere in Piazza Cattedrale, nel cuore del centro storico.

Montelongo il bel paesello molisano album fotografico

Montelongo in provincia di Campobasso bel paesino tranquillo dove passare giornate serene ideale per tutte quelle famiglie che si vogliono rilassare.Il mare e vicino si può andare a Termoli che dista dal paesello circa 30 km e Campomarino.

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La piazza di Montelongo e la chiesa di San Rocco patrone del paesello.La festa in suo onore si festeggia il 16 Agosto