Ricetta funnateglie di Jelsi

Ingredienti

Dosi per 4 persone:

  • 4 uova
  • strutto
  • 4 pezzi di salsiccia sotto sugna
  • 3 peperoni
  • 6 pomodori pelati
  • 2 cipolle
  • peperoncino
  • basilico
  • sale q.b.
  • olio extravergine di oliva

Preparazione

Tagliate a fetta la cipolla e fatela imbiondire in un tegame dai bordi alti con olio, aggiungendo anche il peperoncino. In un’altra padella versate la salsiccia insieme alla sugna. Quando la salsiccia sarà ben rosolata, aggiungetela al tegame con il soffritto di cipolla e peperoncino; a questo punto aggiungere i peperoni ben lavati e asciugati e tagliati a striscioline. Fateli soffriggere e insaporire con il sale. Aggiungere ora i pomodori insieme alla loro salsa con un goccio d’acqua, regolare di sale a seconda dei gusti e lasciar cuocere per circa 35-40 minuti a fuoco non molto alto con coperchio e una ventina di minuti senza per il tempo rimanente in modo da far ristringere il sughetto ma senza farlo asciugare troppo. In ultimo verrà aggiunto un uovo a testa quindi quattro, facendo attenzione a non rompere il tuorlo; lasciar cuocere qualche minuto e spegnere il fuoco. L’uovo non dovrà essere cotto molto per farlo restare morbido; servite in tegamini di coccio facendo capitare un pezzo di salsiccia a testa e un uovo; decorare con basilico fresco.

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Festa del grano (26 luglio) Jelsi

Sant’Anna a Jelsi

Festa del grano

26 LUGLIO

Sant’Anna

I vangeli canonici ignorano Sant’Anna. Solo quelli apocrifi parlano del pastore Gioacchino “appartenente alla tribù di Giudea” (Vangeli apocrifi. La Natività e l’infanzia, a cura di A.M. Di Nola, 1979), il quale, da giovane, aveva preso in moglie Anna “della stirpe di Davide”. Dopo ben venti anni di matrimonio, Anna non gli aveva dato figli. Ciò costò a Gioacchino una pubblica offesa: “Non ti è lecito stare in mezzo a quelli che presentano sacrifici a Dio – gli fu detto un giorno nel Tempio -, poiché Iddio, non concedendoti prole, non ti ha benedetto”. Così Gioacchino, umiliato e triste, abbandonò la moglie e si ritirò nel deserto. Anna si disperò e invocò l’aiuto del Signore. Dio l’ascoltò e le inviò un angelo: “Non temere, Anna […], ciò che nascerà da te sarà meraviglia per tutti i secoli”. Poi l’angelo andò da Gioacchino: “Sono apparso oggi a tua moglie […]. Sappi ch’ella ha concepito una figlia dal tuo seme. Costei […] supererà in beatitudine tutte le sante donne, così che non si potrà dire che ve ne fu mai eguale a lei”. Allora Gioacchino tornò a casa felice. “E, quando i giorni furono compiuti, Anna si lavò della sua impurità, e diede il seno alla bambina, e le impose il nome di Maria”.

La Grande Madre

Sant’Anna è la madre della Madonna, cioè la nonna di Gesù. In tal senso rappresenta la Grande Madre, la generatrice per eccellenza, poiché partorì colei che poi diede alla luce il Figlio di Dio (Dio egli stesso). È, dunque, per il Cattolicesimo, la più alta rappresentante della fecondità. Questa santa, sulla scorta d’un processo sincretico, può essere interpretata come il nuovo aspetto d’una preesistente dea pagana protettrice della fertilità della terra mater, alla quale si ricorre per auspicare il fruttuoso esito del lavoro agricolo.

Quale antica dea può dirsi omologa di Sant’Anna? Si potrebbero menzionare più divinità, tra cui la sannita Amma (Ammaì kerrìiaì), la presunta “mamma con figlia affianco” della Tavola Osca. Occorre tuttavia ogni cautela nell’individuare rapporti di discendenza tra gli antichi culti e quelli contemporanei e tra le antiche divinità e quelle odierne; ciò sia sul piano funzionale che ideologico. Infatti, non esiste alcuna comprovata profondità storica che possa collegare inconfutabilmente e in modo diretto le cerimonie religiose greche, sannite e latine con gli attuali riti folklorici molisani. Amma parrebbe la più affine a Sant’Anna (e ciò, al di là della vicinanza grafica), ove valga l’interpretazione che classifica Ammaì quale Magna Mater, qualifica che, in unione all’epiteto kerrìiaì ne fa davvero la Grande Madre del Grano (ossia la Nonna del Grano).

Le traglie di Jelsi

Una delle caratteristiche della festa di Sant’Anna a Jelsi è l’uso di particolari mezzi di trasporto, delle slitte dette traglie (dal latino trahere).

La traglia (treggia) è un arcaico carro senza ruote che scivola su due pattini di legno, chiamati soglie, sui quali poggia un piano di carico. In occasione della festa, le slitte sono decorate con spighe di grano, gran parte delle quali sono state ripulite e tenute a lungo in acqua per essere rese morbide e manipolabili. Le spighe vengono intrecciate artisticamente in modo da ottenere prestabilite figurazioni. Le figure più in uso sono:

1. il pallone, una figura sferica ricoperta di grano e infilata in cima ad un bastone. Il pallone è solitamente decorato con nastri colorati;

2. la nicchia, formata da arbusti modellati e retti da fili di ferro. La struttura è coperta e al suo interno trova posto una bambola: simbolo delle fecondità femminile;

3. la conocchia, con grano e fiocchi, ha la forma dell’omonimo oggetto un tempo usato per filare. È il simbolo del lavoro domestico.

4. la pelomme, una sorta d’edicola votiva con l’immagine di Sant’Anna insieme alla figlia Maria; oppure contiene una bambola. A volte alla pelomme sono appese dei latticini (scamorze).

Vi sono anche altre figurazioni: il ventaglio con cui si orna la testa dei buoi a mo’ di pennacchio; il bastone, una sottile pertica alla cui estremità si pongono “dei festoni a forma di pigna” (Antonio Valiante, Le stagioni del seme santificato: studio sulla festa del grano a Jelsi e nell’Italia centro-meridionale, 1988); il matteglie (mazzetto di spighe), la croce; l’ombrello e altri oggetti.

Anche le vie e le piazze, nei giorni della festa, sono addobbate con grano intrecciato. La sfilata delle traglie è aperta da Sant’Anna, la cui statua è posta su un carro di grosse dimensioni. Oltre alle traglie, infatti, percorrono le vie del paese anche carri agricoli a trazione meccanica. Completano il corteo animali da soma che sulla groppa trasportano un carico cerealicolo e donne in costume che portano covoni di grano. Si nota anche la presenza di carri ‘in miniatura’, vale a dire quelli dei bimbi che li fanno trainare da pecore, capre o cani.

L’origine della festa

La tradizione orale jelsese (cui si rifanno anche fonti scritte) sostiene che la festa di Sant’Anna sia nata il giorno del sisma del 26 luglio 1805, ovvero che in detta data gli abitanti di Jelsi “fecero voto di solennizzare” la Madre della Vergine Maria affinché li proteggesse da calamità future. Infatti, nel 1905 fu celebrato il Centenario della Festività di S. Anna in Jelsi. Però, almeno per quel che concerne l’uso delle traglie, l’anno d’esordio della sagra sembrerebbe essere il 1814. Ecco quanto afferma in proposito Vincenzo D’Amico (Jelsi e il suo territorio, 1953):

Dal 1814, il 26 Luglio, giorno di S. Anna, si radunano entro l’abitato i carri agresti locali a slitta detti traglie (tregge) ed a ruota, onusti di bionde spighe, d’edera e di variopinti nastri adornati nonché di asteroidi di pendaglietti ed anche di figurazioni floreali e faunistiche di paglia, tratti da una due tre coppie di buoi dalle lunate eminenze di ghirlande redimite, con sopra leggiadre forosette nelle antiche vesti, caratteristiche per le strette piegoline della gonna e per gli sgonfi alle braccia.

Sotto la guida di villici, essi pure paludati dei panni degli avi, procedono fra due file di grossi festoni in lunga teoria di oltre un chilometro fino ad un’aia, per tornarne vuoti ai vari poderi, non appena i loro carichi, sistemati in alte biche abbiano ricevuta dal sacerdote l’aspersione delle acque lustrali. Precedono i veicoli a piedi canofore graziose ed aitanti dai seni opulenti malcontenuti dai serici variati corsaletti. E tutto fra canti, suoni e scoppi di ritmati petardi. La manifestazione, valorizzata da ripresa cinematografica, assume d’anno in anno importanza turistica sempre più grande.

Lo stesso D’Amico, pur collegando la festa delle traglie alla devozione per Sant’Anna – culto che, evidentemente, trovò slancio e nuovi proseliti in tutto il Molise proprio a causa del terremoto del 26 luglio 1805 – ne fa scaturire l’origine non già dalla data del sisma, bensì dall’anno 1814, e ciò – a suo dire – a causa di un violento “uragano” che colpì Jelsi nei giorni 24 e 25 luglio di quell’anno. Egli scrive:

Dopo il tremuoto del 26 luglio 1805 ed in ispecie dopo un pauroso e persistente uragano del 24 e 25 luglio 1814, ad opera dell’arc. Granata s’impose per solennità la festa di S. Anna, favorita dalla buona stagione e dalle offerte di grano in carichi di spighe.

Le parole usate da D’Amico sembrano indicare inequivocabilmente che solo “dopo il tremuoto” si affermò la festa in onore della Madre di Maria, e che essa divenne cerealicola a seguito d’una calamità naturale diversa dal sisma, ossia l’uragano del luglio 1814. Tale ultima circostanza è avvalorata dal fatto che colui che operò l’inserimento dell’elemento agrario nel rituale religioso fu Pasquale Granata, arciprete di Jelsi dal 1809 al 1822 (quindi “dopo il terremoto”). Il 26 luglio 1805, infatti, era arciprete Alessandro Eletto.

Che il 1805 non sia l’anno d’inizio della festa “con l’offerta votiva del grano” ma che tale offerta si manifestò “più tardi”, lo asseriscono altre fonti (Cfr. G. Santella, S. Anna tra storia e leggenda, «Jelsi. Voci e immagini della tua terra», n. 2, dicembre 2003, pp. 14-16.):

Molti paesi [il 26 luglio 1805] furono devastati da un evento sismico di notevole intensità: circa 6000 le vittime, paesi interamente rasi al suolo […]. Al confronto Jelsi se la cavò bene. È vero che subì notevoli danni, ma registrò solo 27 morti fra la popolazione. Furono in molti a vedere in ciò un intervento divino e, nella fattispecie, l’intercessione miracolosa di S. Anna, la cui ricorrenza cadeva proprio in quel fatidico giorno. Nacque da allora nei confronti della santa un sentimento di gratitudine popolare che aumentò progressivamente negli anni, e che culminò più tardi con l’offerta votiva del grano (A. D’Uva, Tutto pronto a Jelsi per la festività di S. Anna, «Molise Oggi», n. 23, 21 luglio 1985, p. 13).

A negare quanto sostenuto dalla tradizione orale, giova una semplice riflessione che può farsi sull’ora del terremoto del 26 luglio del 1805, che avvenne quando le ombre della sera avevano ormai coperto il Contado, cioè

…alle ore due ed undici minuti della notte; centro del moto Frosolone, monte degli Appennini fra la Terra di Lavoro e la contea di Molise; il terreno sconvolto da Isernia a Ielzi… (P. Colletta, Storia del reame di Napoli dal 1734 sino al 1825, 1861).

Le “due della notte” indicate dai cronisti dell’epoca corrispondono alle ore 22 attuali. Si tratta d’ora tarda, benché ci si trovasse nella stagione estiva; impossibile che, quando l’oscurità era ormai scesa, si potesse pensare di “festeggiare” Sant’Anna. Nell’immediato dopo sisma, tra morti e macerie, ci si preoccupò senza dubbio d’altro; l’esigenza principale non fu certo quella di fare offerte votive di grano, tanto più che le chiese erano crollate, poiché la calamità aveva

…mandato a terra buona parte degli edifizi, case, chiese, campanili ed il monistero, per cui tutta la gente fu costretta a uscir fuori dall’abitato e dormire a ciel sereno per sei giorni, non potendosi celebrare messe per mancanza di chiese… (Da un registro parrocchiale della Chiesa Madre S. Andrea Apostolo).

Infine, per quanto concerne il conteggio delle edizioni della sagra del grano, occorre evidenziare che essa ha certamente subìto interruzioni e non si è regolarmente tenuta ogni anno. È certo che, durante il secondo conflitto mondiale, la festa di Sant’Anna non ebbe svolgimento, così come si legge in un volantino stampato nel marzo 1947 e destinato “Ai concittadini delle Americhe”. Eccone i contenuti: “A causa degli eventi bellici, la tradizionale festa della nostra comprotettrice S. Anna è rimasta qualche anno interrotta, e negli altri limitata alle funzioni religiose ed alla audizione di concerti musicali di poco valore. Volendo ora ricondurre tale festa al primitivo splendore, ci rivolgiamo a voi tutti affinché con generose oblazioni vogliate contribuire efficacemente allo scopo. Se in voi non è spento il minimo senso nostalgico per la Patria lontana nonché per le patrie tradizioni e costumanze, non mancherà il necessario contributo alla riuscita della nostra principale festività”.

Testo: M. Gioielli (tratto da La festa di Sant’Anna ed altri aspetti della cultura etnica jelsese). Adattamento a cura della Redazione


 Foto: E. De Simoni (26 luglio 2004)Archivio Fotografico dell’Istituto Centrale per la Demoetnoantropologia

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