Cercepiccola Carnevale dei Mesi (ultima domenica di carnevale / martedì grasso)

Mesi e stagioni, da sempre, rappresentano i capitoli che narrano il ritmo universale delle cose.I componimenti celebrativi trovarono fortuna e sopravvivono ancora oggi: le rappresentazioni dei mesi continuano, infatti, ad esistere nelle varie regioni e sono divenute drammi carnevaleschi. Questo è avvenuto poiché i “mesi” attestano un tipo di rituale legato al Capodanno agricolo in quanto vanno a testimoniare il percorso calendariale attraverso una celebrazione augurale d’inizio anno. Il Carnevale è il vero Capodanno naturale poiché segna la fase di passaggio dall’inverno alla primavera. Il Carnevale dei mesi viene rappresentato attraverso il mascheramento di persone o con l’allestimento di carri allegorici. In Molise sono diffusi rituali carnevaleschi durante i quali vengono rappresentati i “mesi dell’anno”, che, per i contadini, non solo segnano il tempo, ma sono l’espressione delle attività agricole, in quanto ad ogni mese è collegato un lavoro nei campi.

Il carnevale di Cercepiccola

Il Carnevale dei “mesi” è presente in varie località del Molise tra cui Cercepiccola, paese di circa 1000 abitanti in provincia di Campobasso, nel quale sopravvive ancora un rituale celebrato durante il periodo carnevalesco: I dodici mesi. É la manifestazione culturale-tradizionale più nota ed interessante del comune anche se non ha cadenza precisa. Si tratta di un rituale di propiziazione agreste che si svolge attraverso il richiamo allo svolgimento del ciclo calendariale.

La rappresentazione de “I Mesi” viene introdotta a Cercepiccola alla fine del XIX secolo. I versi e le canzoni sono stati tramandati oralmente di generazione in generazione.  Le rappresentazioni  non hanno avuto mai cadenza regolare: dal 1923 sono stati rappresentati solo in tredici annate di cui l’ultima risale allo scorso anno (1923, 1929, 1933, 1938, 1948, 1957, 1968, 1973, 1978, 1986, 1994, 1996, 2008).

Questo Carnevale “del tempo e della natura”, caratterizzato da un canto nel quale s’illustrano le peculiarità dei mesi, si realizza attraverso la rappresentazione di uno “scenico” almanacco popolare, in cui ogni mese viene rappresentato secondo la standardizzata tipologia contadina. Consiste in una sfilata-recita di personaggi a cavallo incarnanti le allegorie dei mesi dell’anno. Tutto è prefissato: dal sesso degli attori, tutti uomini, alla loro disposizione nel corteo, ai luoghi dove avverrà la recita.Alcuni vicoli sono autentiche strettoie, per di più a gradini, quindi pongono notevoli problemi al passaggio dei cavalli e soprattutto all’assembramento degli spettatori, ma qualunque tipo di problematica non pone la comunità nella condizione di cambiare i luoghi della rappresentazione.

Si tratta di una drammatizzazione popolare a cui partecipano in costume, in groppa ad asini e cavalli, ben trentadue personaggi: due Pulcinella, due “cenciunari”(straccioni), un presentatore, un direttore d’orchestra, otto orchestrali, un Padre, un Nonno, quattro uomini (le Stagioni), dodici uomini (i Mesi). La manifestazione si svolge, in genere, l’ultima domenica di Carnevale e viene replicata, solitamente, quattro volte nel corso della giornata, in quattro punti del paese che non corrispondono né ai punti cardinali né ad aree spaziose ma ai luoghi dove sorgevano in passato le abitazioni delle persone eminenti del paese (p.zza Lombardi, c.so Umberto, c.so Vittorio Emanuele e c.so S. Salvatore). La prima recita, della durata di un paio d’ore, ha luogo verso le 10 e, solo dopo una breve sosta in cui agli attori vengono offerte bevande alcoliche, frittelle e cibi tipici del periodo, riprende per terminare all’imbrunire. La recita viene annunciata dai Pulcinella e dai banditori; appaiono poi i “cenciunari” che posizionano la propria bancarella nella quale espongono cianfrusaglie di ogni tipo ed il presentatore dà quindi inizio alla drammatizzazione. Ma è solo all’arrivo dell’orchestra che prende il via il Carnevale. Particolare attenzione è rivolta all’abbigliamento dei protagonisti: i costumi usati per la rappresentazione, in panno, seta e raso, vengono conservati nelle case private e riadattati o cuciti ex novo per i nuovi protagonisti che, via via, si sostituiscono ai vecchi. In passato un manto di segretezza avvolgeva le riunioni preparatorie della recita, alle quali era difficilissimo partecipare, mentre oggi il criterio per l’attribuzione delle parti è la volontarietà.

Agli interpreti si richiedono: sufficiente disinvoltura per sostenere il giudizio del pubblico, voce robusta e resistenza fisica, per la lunga durata della manifestazione ed il clima quasi sempre invernale. Alcuni “mesi” portano un cappello di paglia addobbato d’oro. Un discorso a parte merita il corpetto che, indossato soltanto da alcuni dei mesi, viene anch’esso adornato di oro. L’oro, da un minimo di un chilo a un massimo di due per ogni personaggio, viene ricercato dai protagonisti presso parenti e amici, cucito appositamente e contrassegnato da fili di cotone o di seta di diverso colore, corrispondenti alle famiglie che lo hanno prestato, di cui viene tenuto un elenco a memoria delle loro donazioni.

I protagonisti, alcuni mesi prima della rappresentazione, cercano di procurarsi gli animali in tutto il circondario, ma attualmente, a causa della loro penuria, vengono affittati dagli zingari delle comunità di Campobasso, Isernia e Venafro. Come si può immaginare asini e cavalli sono bardati a festa con coperte ricamate sulla groppa, fiocchi, nastri colorati e pennacchi sulla fronte, alle orecchie e alla coda.

I primi a fare la loro comparsa sono i due Pulcinella che, alle prime luci dell’alba, senza strumenti musicali, vanno ad annunciare la festa al paese, alle campagne e ai paesi vicini per tornare in piazza Lombardi, e dare inizio alla festa con la loro recita, ponendosi alla testa del corteo. All’inizio, così come alla fine della manifestazione, tutti i protagonisti cantano l’inno del paese (“Siam fieri e baldi siam pieni d’ardore, di Cercepiccola noi siamo il fiore; e con la musica e l’armonia, cantiamo tutti in compagnia”). Contemporaneamente i due “cenciunari”, gli unici a non essere legati ad una parte, cercano di suscitare il riso negli spettatori con il loro abbigliamento bizzarro, tentando di vendere vasi da notte, vecchie pentole, cianfrusaglie, indumenti intimi femminili, improvvisando scherzi a seconda del loro estro. Il ruolo del Presentatore, con bombetta, papillon e mezzo frac, è quello di una sorta di maestro di cerimonia che, in rima e con voce da banditore, spiega ai presenti le modalità e le finalità della mascherata. Ecco giungere il Direttore d’orchestra con cilindro, guanti bianchi e mezzo frac assieme agli otto Orchestrali, il cui numero è stabilito rigidamente, tutti in groppa a un asino, vestiti di nero e dotati di due fisarmoniche, due chitarre, due mandolini, un clarinetto e un violino. In successione entrano in scena il Nonno dei dodici Mesi, ovvero il Secolo, con una lunga barba posticcia, un cappellaccio nero e pantaloni alla zuava, ed il Padre dei 12 Mesi ovvero l’Anno, che indossa un abito di foggia militare scuro, un cappello con pennacchio e visiera e pantaloni attillati infilati negli stivali neri. Fanno finalmente ingresso i Mesi e con essi le Stagioni; soltanto le quattro Stagioni e i Mesi della primavera, oltre a recitare, cantano sull’aria di un valzer.

Un quadro più completo del suddetto rituale proviene da vari articoli pubblicati tra il 1957 e il 1996. Così scrive Michele Tata ne “Il Tempo” del 22/02/1957: â€œâ€¦il fondamento della festa dei Mesi è l’idea che la fusione di canti, poesia, musica e azione scenica sia il migliore veicolo per introdurre l’uomo dell’era moderna nel vivo delle tradizioni, dei costumi e del folklore locale, dove gli elementi fantasiosi hanno una parte preponderante che culmina coi desideri semplici del popolo. Tra il fasto si scorgerà un senso di umanità e freschezza dotato di comunicativa…”.

Nel 1968, Michele Tata pubblica su “Fonte Viva” un meticoloso articolo dal titolo “Il torneo allegorico dei Mesi” che dice: â€œâ€¦che cosa sono i Mesi se non l’insieme delle tradizioni, dei canti, dei suoni e dei costumi tramandati anonimamente e oralmente? Il popolo, geloso custode delle tradizioni, ne ha conservate intatte le melodie e le ha trasmesse di generazione in generazione. Una conoscenza più profonda consente di scorgere nei “Mesi” l’innato, istintivo bisogno dell’uomo di tradurre, con canti e costumi, i sentimenti, gli stati d’animo, le reazioni ispirati a una serie di ritratti ideati e realizzati, dedicati alla vita che si conduce in un piccolo centro molisano. La grande attesa è spiegata dal fatto che, da oltre 10 anni, la rappresentazione non aveva svolgimento. Nella magia ritmica e lirica di quell’aedo che è la maschera de “I Mesi”, in versi rapidi ed efficaci, gli attori mostrarono come l’amore della terra natia si lega all’amore del creato…”.    

Nel marzo del 1973, sul “Tempo” esce l’articolo “Dodici mesi in un giorno nella festa a Cercepiccola”, che commenta il rituale in questo modo: â€œâ€¦Michele Tata, sindaco all’epoca del piccolo centro, dice che i Mesi sono un insieme di canti, di suoni e di costumi tramandati anonimamente. In essi c’è la traduzione dei sentimenti, degli stati d’animo, delle reazioni ispirate da ritratti realistici dedicati alla vita agreste di questo comune. Uno spettacolo che per la sua originalità costituisce un’occasione artistica schiettamente popolare. Più che di una festa si tratta di una rappresentazione alla quale, oltre ai  protagonisti, prende parte tutto il popolo, nella cornice suggestiva di un ambiente che il tempo ha concesso ben pochi ritocchi. Quella di Cercepiccola è sempre un’autentica sorpresa che ha il solo difetto delle scadenze troppo lunghe, vale a dire di riproporsi ad intervalli di vari anni. É forse il segreto per evitare che la festa possa essere contaminata da rimaneggiamenti e far sì, invece, che possa costituire sempre l’incantevole fiaba così come la raccontavano i nonni…”.   

Nell’ultimo articolo, del 1996, dal “Corriere del Molise”, Giuseppe Mastracchio scrive: â€œâ€¦gli abitanti di Cercepiccola sono impegnati nei preparativi de “I Mesi”, maschera d’importazione partenopea di fine ‘800. Michele Mosca, regista della manifestazione, afferma che rappresentazioni di questo tipo ve ne sono molte ma l’aspetto peculiare che caratterizza questa è l’imponenza dovuta alla presenza di circa 32 personaggi. La gestualità e il ricorso a parodie sul gentil sesso e sulle storie di vita del paese suscitano l’ilarità del pubblico. Chiudono la rappresentazione le “Pacchiane”, che allietano la sfilata con canti carnascialeschi di ispirazione bucolica…”.

Alla luce di tutto questo occorre fare un’importante considerazione: in una manifestazione carnascialesca, come questa di Cercepiccola, non esiste Carnevale o una sua personificazione, né il nome di Carnevale viene mai pronunciato. Essa rivela alcuni elementi tipici di un’antica tradizione: dall’oscurità e latenza dei riti magici, all’attenzione per l’aspetto temporale (mesi, stagioni, anno, secolo), alla necessità di scongiurare il male ricorrendo al suo opposto, ovvero simulando il bene. Questo si verifica solo se la successione è perfetta e, per esserlo, i mesi devono avere un padre e il padre deve avere accanto a sé chi lo ha generato. Nella autopresentazione dei Mesi e delle Stagioni è interessante notare che le caratteristiche presenti in natura vengono enfatizzate e questo perché il male non è né la pioggia, né il sole, né il freddo, né tanto meno il caldo, ma la loro scarsità o la loro abbondanza: in tal senso le caratteristiche della natura vengono rintracciate e circoscritte al solo arco di tempo considerato fondamentale ai fini della sussistenza. Prendendo in considerazione alcuni personaggi della rappresentazione, i due Pulcinella, il secondo mandolino e il mese di Settembre sono gli unici a esprimersi in dialetto ma rivestono una funzione subalterna all’interno della recita. Infatti, compito primario dei Pulcinella è quello di fare chiasso e, malgrado la loro parte sia stata ripulita, è ancora caratterizzata dall’antica scurrilità. Chiaro è il significato simbolico dei “cenciunari”: sono i folli della situazione, coloro che si pongono fuori dall’ordine stabilito, ma che lo stesso ordine legittimano e confermanoTutti i Mesi e le Stagioni vestono con coerenza rispetto alle loro caratteristiche, solo il mese di Agosto infrange questa regola in quanto, presentandosi come medico reale, è vestito di nero con un cappello a cilindro, ha il petto tempestato di medaglie, porta appesi diplomi e regge una siringa del tipo in uso per aspirare l’olio dalle damigiane. Il suo discorso è colmo di paroloni, che servono però solo a mascherarne l’ignoranza.

Per quanto riguarda l’uso dei monili d’oro, si sa che da sempre pietre e metalli preziosi hanno rivestito una valenza che andava al di là di quella di semplici ornamenti personali: ad essi si attribuivano virtù magiche, il potere di propiziare il destino e proprietà medicamentose.

La Rappresentazione de “I Mesi”

Presentatore

O signore mie gentili e cortesi miei signori,
con non troppo adorno stile ma con vero sincero ardore,
questa maschera presento,
per darvi divertimento.

Un’antica tradizione questa maschera tramanda,
che con versi e con canzoni va giungendo in ogni landa,
vita dando ad ogni mese,
come fosse un uom cortese.

Riso gaio fan buon sangue:
perciò tutti rideranno.
E, se tristezza langue,
scorderete i vostri affanni,
per far sì che ogni giorno sia per voi di gioia adorno.

Visto avete i pulcinella che,
per far sgombrar le vie,
con bei lazzi e con stornelli,
suscitando l’allegria,
hanno disposto vostra mente a sta maschera possente.

Sentirete il nonno prima far la storia di famiglia ed il padre,
in gentil rima,
far la storia dei figli.
Ogni mese sentirete e,
son certo,
riderete.

Poi vedrete le stagioni presentarsi tutte adorne,
e con versi e con canzoni,
sfoggiando le loro forme,
vi diranno quanto vale questo nostro carnevale.

Un direttore,
fiero nell’aspetto,
dirigerà strumenti,
artisti ed orchestra,

che ancor se piccola,
è di buon effetto,
perché asseconda di ciascuno l’estro.

Ora qui basta,
e solo questo aggiungo:
signori miei,
l’orchestra vi presento.

(L’orchestra esegue il “marcione” )

Direttore

Son direttore antico, alto di fusto, un po’ scarnito;
comando, però, con diligenza archi, coristi, tenori, soprani, strumenti.
Un’arca di scienza in me troverete, fatta di prose, poesie e stornellate.
Di questo prova ve ne darò con l’orchestra nella quale canterò; né un Tito,
né un Caruso al par di me si misurò.
La mia orchestra, sempre pronta al suo direttore, farà vedere, ora, il suo valore.

Canto

Questo piccolo concerto che in coro vuol cantar,
per far sì che la musica risuoni in terra e mar.

Esaltiam, esaltiam chi la inventò.

Siam giovanotti, siam giovanotti,
freschi aitanti e belli….
E tutti quanti e tutti quanti salutiam il carneval!

Il mandolino

Di questa orchestra son componente,
al direttor pronto col mio strumento;
se pur la sua sagoma non è novella,
ricorda sempre l’arte più bella.
Ricorda la musica che in un tempo remoto,
ereditar dalla Grecia l’Italia ebbe modo.
Non sono poeta e neppur musicista,
ma t’amo o strumento come t’ama un artista.
E se permettete un modesto argomento,
di un musicista son pur discendente che,
per don di natura,
fin da bambino,
amava la musica e suonava il clarino;
perciò,
amici cari,
io non son preparato,
ma è puro sentimento dal sangue portato.
Rallegra la primavera il canto dell’uccellino,
rallegra l’universo il dolce suono del mandolino.
E con le sue note:
sol, mi, re, fa,
diamo un saluto a chi ascolto ci dà.
E con la chitarra e la fisarmonica in do,
viva sempre la musica e chi la inventò.

La chitarra

La chitarra è uno strumento,
fa piacere a chi la sente;
chi la suona dolcemente fa ben presto addormentar.
Ho deciso di prender moglie,
prederò una moglie racchia,
purché tenga la chitarra e la sappia arpeggiar.
Oh chitarra fortunata!
Saprò mai chi ti godrà?
Piccolo di statura ma grande di cervello,
son suonatore di chitarrella.
Con uno strappo in sol ed uno in fa,
diamo un saluto al carneval.

Il nonno

Nonno sono io e ben mi vedete;
dal capo al piè mi scorgete.
Prima di venire alla conclusione,
voglio spiegarvi “la mia ragione”.
Erede di un ricco pescecane,
frutto del cervello e della mano,
scialacquai,
con furore,
denari e stabili sparsi al sole.
Alla volta di Francia mi recai,
col cuore ansante e il bastone in mano.
La prima donna che accalappiai,
fu donna Susanna di Boulevard.
Grazie a Dio ed al mio valore,
misi al mondo un bel maschione.
Gli fu posto nome Cecco,
perché nacque nerbuto e secco.
A cent’anni or sono arrivato,
la santissima Trinitade sia lodata.
Mio figlio ben dodici ne ha procreati,
ed a questo stimabile pubblico li ha presentati.
Ma con ciò non crediate che morto io sia,
perché al par di me è difficile che vi si arrivi.
Pensate che donne,
tabacco e vino,
mantengono il cuore mio sollevato più di prima!

Il padre

Signori garbatissimi,
a voi fin troppo è noto,
che carneval desideri divertimenti e onore.
Padre sono io di dodici figli,
e ciascuno di loro ha trenta figlioli,
sbaragliati come rose e gigli e pur di viole.
Io non so a chi rassomiglino:
chi è rosso,
chi è bianco,
chi è verde,
chi è nero,
e sono tutti, tutti immortali…

Udite, udite, o signori, se il nome di ciascuno sia uguale…….
A te Gennaio.

Gennaio

Io son Gennaio,
con una buona entratura;
sto in questione con i pecorai,
e a cacciar occhi con i loro padroni.
Loro col vento io col “riflusso”,
aret’ aret’ m’ magn’ l’arrust’.
E son Gennaio ancora,
cane delle creature,
non le fo campare un’ora,
e le mando in sepoltura.

Febbraio

Ed io son Febbraio,
e febbre venga a chi Febbraio mi chiama.
Che fine debbono fare questi 28 giorni,
se all’orto mio c’è andata la secca?
Pregherò il mese di Marzo che mi presti quattro giorni,
vado io con la mia “baiocca”,
e vi farò vedere il mese di Febbraio come fiocca.

Marzo

(Canto)
Che ciel, che cielo grigio! Alta la neve è già.
Or si prepara un’altra nevicata: oh quando oh quando finirà!
Fa tanto freddo, fa tanto freddo: appena appena a respirar!
Ci vuol con questa bizza la tramontana; ci vuol un gran giudizio nel camminare.
Oh quando, oh quando finirà.

(Recita)
Verdi campi,
fiorite colline,
grigi rupi,
spelonche romite,
salutate quell’aure gradite che rimena l’amica stagione.
Più non s’ode,
nell’alta foresta,
la tempesta che i giorni percuote,
ma di canti e di armoniche note,
gode il giorno un dolcissimo suono.
Io sono Marzo,
con la mia zappetta,
mangio porri e zappo alla digiuna;
il pecoraio questo mese aspetta,
per gettar casacche e pelliccioni.
Ma non vi fidate della mia formetta,

perché faccio le volate della luna;
non vi fidate del mio sorrisetto,
perché vi farò venire il mal di petto.
Marzo sono io e pur non mi credete,
sincerità in me non troverete;
credetemi soltanto appena appena,
quando morto sarò io,
il ciel si rasserena?
Ci vorrebbe del miglior vino un barile,
per salutar con brindisi: l’Aprile.

Primavera

(Canto)
In primavera fioriscono le rose,
le verdi siepi,
mia donna gentile!
Con le tue mani bianche e pietose,
porgi le rose,
ad un giovin d’Aprile.

(Recita)
Se ne vien la primavera,
mille fiori a schiera a schiera,
par che sorgano dai prati gli uccelletti a svolazzar.
Gode Iddio che li ha creati,
par che sorgano a cantar.
Io son la  primavera,
che rallegra ogni donzella,
e do a vecchi e a pastor,
ognor vita novella.
Se ci fosse qualche donzelletta,
che s’innamorasse del Maggio mio,
rispetti la primavera che sono io.

Aprile

(Canto)
E’ pure Aprile il mese dei fiori.
Tutti ne godono il gradito profumo.
Cantano gli uccelli,
con dolce armonia:
Viva l’Aprile,
l’Aprile dei fior.

(Recita)
Forier di primavera,
il tuo sorriso aspetto,
il grato “cefaretto” che scherza tra l’erba e i fior.
Io sono Aprile col dolce dormire,
gli uccelli a cantare e gli alberi a fiorire.
Ogni uccello canta il suo versetto:
a te, Maggio,
dono questo ramaglietto.

Maggio

(Canto)
Non è la morte la fin dell’amore,
anche le tombe son templi d’amore.
Chiedi all’amante,
l’amante che muore.
Porgi ricordi e ghirlande di fiori.

(Recita)
Di mirabil vita aprimi l’ampio tuo sen…..
Là dove le mille forme dell’ignoto pensiero,

del vero conte il trepido affetto,
l’uomo contempla e ama.
Ecco l’alba, il tramonto, il folgorio,
ecco il soave trepidar della terra,
delle verzure,
mentre per i cieli vanno divini sguardi,
a scoter di testa,
seguendo il volo della bellezza vaga,
che non ha parole.
Io sono Maggio,
conte reale,
la mia corona è sparsa nella compagnia.
Filippo e Blasio furono i miei primi fiori,
ed io sono Maggio,
re dei signori.
Son Maggio ancora,
maggiore di tutti gli armenti,
anche le donne e gli asini,
fo stare allegramente.

Giugno

Cinta la frante d’aure spighe,
torna l’estate con vivo ardor.
Ed invita alle aspre e dure fatiche,
ed ai dolci premi l’agricoltore.
Io sono Giugno col carro rotto,
e rotta me l’han fatta la maggese.
Preghiamo Iddio che non piova in questo mese,
se nò perdiamo la gaggia con tutte le spese.

Estate

(Canto)
E’ l’estate fervente di vampe,
ardenti l’aure,
i cieli sereni.
Porta il tuo sacco con preci con canti;
chiamami a nome,
amato mio ben.

(Recita)
Se ne vien l’estate aprica,
con le splendide giornate,
con le spighe tutte d’oro.
Ogni campo par che dica:
mietitori, su venite,
Dio per voi ci fecondò.
Benedite, benedite chi per voi ci maturò.

Luglio

Luglio mi chiamo,
pien di sudore,
sono la gioia dei mietitori.
Chi soffre il caldo nel mar si bagni,
chi soffre il caldo non mai si lagni.
Io sono Luglio,
con la mia varrecchia,
e mieto quando è piena la cicerchia.
Dentro una pignatta mi ci scarnecchio,
con la punta della falce alzo la coperchia,
e se ci trovo qualche donna vecchia,
le troncherò la testa con la mia sarrecchia.
E son Luglio ancora,
buon mietitore.
Signori miei,
non vi ammalate,
perché appresso porto il dottore.

Agosto

Rispettabilissimi signori,
prima di dirvi lo scopo della mia presenza,
permettete che qui mi presenti.
Io sono il famoso psichiatra-laringoiatra,
da tutti ben conosciuto.
La mia “fama” è enorme!
In un ramo richiamo la vostra attenzione,
poiché le malattie da me studiate sono numerose,
e lo dimostrano le mie innumerevoli lauree e medaglie,
conquistate ad honorem et ad bustarellam.
Ma la ristrettezza del tempo,
non mi permette di trattarle tutte,
come mia intenzione, e,
per non annoiarvi o per meglio dire,
per non scocciarvi,
mi limito a parlarvi di un male solo,
che senza dubbio è il più comune.
Ebbene, o signori miei,
chi di voi non ha mai sofferto il mal di pancia?
Tutti, vero?
Orbene voi non potete mai immaginare,
quale sia la causa di questo terribile male,
che si produce nel vostro canale di macinatoria.
La liquida, la solida, magnetica,
frenetica macinatoria,
della via dirigibilistica, missilistica, rotabile, automobilistica,
passa a quella ferrata e arrivando alla stazione di fermata,
battendo un pezzo contro l’altro,
provoca lo sfasciamento di questo materiale:
le terribili coliche!

I dolori di ventre!
Il sistema più conosciuto,
ed oltretutto il più efficace,
è quello di purgarvi,
o signori miei,
altrimenti la siringa ci pensa.
E pagate i vostri debiti,
clienti miei,
se no bestemmio il mondo e tutti i Dei.
Vi fece effetto o no quel sale inglese?
Certo che un buon purgante già l’avete preso.
Io sono Agosto,
medico reale,
e conosco bene anche la malattia delle donne,
e donde ne proviene:
loro tasto il polso,
loro osservo i reni,
ad esse ordino la mia medicina.
Se la mia medicina non fa operazione,
mi ci gioco tutta la mia ragione.
Se la mia medicina non fa effetto,
andate all’altro mondo,
che là vi aspettano.

Settembre

Io sono Settembre,
con i fichi mosci;
l’uva muscatella mo  s’ fnisc’,
preparo i tini per piazzarci il mosto,
e sogno vin frizzante e buon arrosto.
Sono la fine di una bella estate,
con le giornate tutte arroventate.
Per non farvi sorprendere dal gelo,
non guardate se ancora è sereno il cielo.
Di buona legna fate una catasta,
mettendone più di quel che basti;
cappotti e ombrelli tenete apparecchiati,
per essere ai primi freddi preparati.
Se poi paura avete dei malanni,
di pura lana preparate i panni,
e se pur con questo avrete un raffreddore,
fate ricorso al mio dottore.
Io son Settembre ch’ la fica moscia,
tutte  lu muscatjiell mo z’ fnisc’.
Se ci fosse qualche donna che patiss’ d’ paposcia,
j teng’ na cosa longa, chiatta e passa liscia.

Autunno

(Canto)
E’ l’Autunno una triste stagione,
vedrai dagli alberi le foglie cadere.
Chiedi al cipresso le brune corone,
porgi a ricordo del caro tuo ben.

(Recita)
Quando poi l’Autunno arriva,
oh che gioia, ancor più viva!
Ogni grappolo, ogni frutto,
ogni prato, ogni colle,
par che si scorga dappertutto,
la benefica sua man.

Ottobre

Ecco l’Ottobre,
dalle montagne il mesto autunno fa capolino.
Addio sorriso delle campagne,
addio bel manto d’ogni giardino!
Io sono Ottobre,
buon vendemmiatore,
le mie cantine le ho riempite tutte:
una botte di vino buono,
una di vino grottesco,
e mò mi manca moglie bella e letto fresco.

Novembre

Novembre io sono:
tristi giornate!
Non piacciono più le scampagnate.
La campagna è tutto un impero,
prepara il pane per l’anno intero.
Io son Novembre,
buon seminatore,
le mie maggesi le ho seminate tutte:
un po’ per me,
un po’ per gli uccelli,
e un po’ per voi, signori,
signorine e donne belle.

Dicembre

Gelido e bianco è della neve il velo,
e si distende sul volto di natura.
La quercia annosa che disfida i cieli,
l’abete al monte,
il salice alla pianura,
mesti e rappresi per l’acuto gelo,
paiono ombre su vaste sepolture.
Quale immobile silenzio!
Una dura sorte forse l’ha colpita,
e la natura è morta.
Io son Dicembre,
l’ultimo di tutti i mesi,
se qualcuno non volesse sottostare ai miei comandi,
pregherò il fratello Agosto che mi presti 4 giorni….
E sapete perché?
Per far morire le pecore con tutti gli abitanti.

Inverno

(Canto)
E’ l’inverno una fredda stagione,
tediar la terra di bianchissima neve.
Tu bella mia riscaldami coi baci,
stringimi al cuore dolcissimo amor.

(Recita)
Se ne vien l’inverno al fine,
portator di neve e brina;
il lavor di tutto l’anno,

tutti intenti a contemplar.
Tutti i mesi a gara fanno,
Iddio coi doni a celebrar.

Karicla SCARCELLA