Sepino Serenate bufu`Sepino Serenate bufu`Le serenate del 31 dicembre

A Sepino vive una originale e divertente tradizione legata al bufù, uno strumento musicale costituito da una grande botte di legno, privata dei due fondi circolari, ad una apertura della quale viene applicata e tesa perfettamente una pelle di capra, come si fa con le membrane dei tamburi. Al centro di questa pelle, però, viene praticato un foro e applicata una lunga canna che, percorsa dall’alto in basso e viceversa con una mano umida, genera un suono profondo e cupo che va a costituire la base ritmica principale di qualsiasi brano musicale. Naturalmente il bufù è destinato a far parte integrante di una banda musicale ed è facile immaginare quanto sia imponente quel suono quando tali strumenti sono numerosi ed accompagnano il suono altrettanto cadenzato dell’organetto e degli zingareglie. Nelle bande musicali di questo tipo, infatti, non può mancare l’organetto, che è stato il vivace anticipatore della fisarmonica e che è particolarmente adatto alle melodie popolari e di origine contadina. All’organetto viene affidato il compito di eseguire i ritornelli dei brani. È importante anche la presenza degli zingareglie, che sono aste di legno alle quali vengono applicati, con chiodi, dei dischetti di metallo;questi,quando le aste vengono scosse, si urtano ed emettono un suono acuto e vibrante che si contrappone e si mescola con il suono cupo del bufù.

Le serenate del 31 dicembre

Le bande musicali di Sepino per lunga tradizione attraversano le strade e le contrade del paese e portano le serenate durante la notte del 31 dicembre di ogni anno e, all’alba del primo gennaio, suonano e cantano canzoni di buon augurio per l’anno appena arrivato. Al termine del loro giro si ritrovano tutte nella piazza del paese, consueto punto di ritrovo, per dar vita ad una suggestiva gara di resistenza musicale. Si tratta di vera e propria resistenza, visto che il bufù è strumento musicale impegnativo che richiede notevole perizia e non di meno prestanza fisica per trarne suoni soddisfacenti.
In quella occasione i musicisti indossano tutti il costume tradizionale e vengono guidati da un direttore d’orchestra che per essere ben riconoscibile è tenuto ad indossare un abbigliamento più stravagante degli altri e utilizza un mazzo di fiori come bacchetta per dirigere le varie esecuzioni. La parte melodica, ovviamente, viene affidata ad uno o più organetti e talvolta al flauto, strumenti con i quali suonatori abilissimi si cimentano in virtuosismi e  funambolismi tecnici di grande effetto musicale che provocano l’entusiasmo del pubblico presente che segue con entusiasmo e passione.
Il ritmo vibrante del bufù arriva lontano e insieme ai motti vocali dello strillone che canta ed augura il buon anno a tutti in un dialetto arcaico pieno di suoni acuti e sibilanti, richiama antiche funzioni apotropaiche volte a scacciare il male e ad augurare la buona primavera alla popolazione di Sepino.
La tradizione dei bufù, inoltre, si ricollega anche all’epoca delle battaglie fra Sanniti e Romani, quando scandivano il ritmo di marcia dei fanti insieme a possenti tamburi di guerra per intimorire il nemico con una sensazione di forza e potenza inarrestabile. Perfino gli antichi istriones, che si esibivano indossando maschere, tenevano i loro spettacoli nei cosiddetti fescennini servendosi tra l’altro di strumenti arcaici come il bufù.
La vera forza di questa tradizione, tuttavia,risiede nel fatto che i giovani delle nuove generazioni hanno conservato intatto l’amore per le radici e i riti della loro terra, ed hanno forte il desiderio che non vengano dimenticati. Proprio questi antichi riti, infatti, riescono a trasmettere i valori culturali profondi che conservano intatto il loro significato sociale e storico,pur se appartenenti ad una società ormai largamente superata.

Sagra delle sagnitelle Castellino Del Biferno 12 giugno

Il 12 giugno, dalle 20:00 in poi, a Castellino del Biferno, un piccolo paese in provincia di Campobasso, prendono il via i festeggiamenti in onore di S. Antonio di Padova.
Il piccolo borgo cambia aspetto… grandi fuochi che chiudono la tredicina in onore del Santo e la Sagra delle Sagnitelle, oltre al tradizionale appuntamento con i festeggiamenti del Pizzicantò.

Tra le stradine del borgo, si svolgerà la Sagra delle Sagnitelle, una pasta fatta a mano e condita con il sugo “bugiardo“, con pomodoro e formaggio, che verrà cotta in grossi caldai e distribuita gratuitamente a tutti.
Durante la manifestazione si festeggia anche il famoso U’ Pizzicantò: una vera piramide umana.
Tredici eroi equilibristi percorrono un itinerario prestabilito: con partenza da Piazza Municipio fino a Via Roma. Per circa 200 metri, tra le strette vie del borgo, i “pizzicantari”  dovranno girare su se stessi e, per darsi un ritmo cantano filastrocche dialettali con ammonimenti sulla necessità di collaborare per evitare di cadere. Il rischio è “la botta”, il crollo della torre.

Castellino del Biferno (CB), Festa della Tresca o della Mietitura

Castellino del Biferno (CB),
Festa della Tresca o della Mietitura

La Festa dei Mietitori è la festa con cui si rinnova la tradizione dei donativi del grano alla Madonna del Carmine (16 Luglio). Il giorno che anticipa la festa, si dà il via alla rappresentazione della tresca. In uno spazio accuratamente addobbato che rappresenta l’aia di un tempo, dove le donne rattoppavano i sacchi, facevano la calza e preparavano gli attrezzi: forche, crivelli, scarpone e altri arnesi. La trebbiatura impegnava tutta la famiglia e almeno dieci uomini del vicinato. Uomini muniti di mazza fruste oppure alla guida di asini legati tra loro salivano sul cerchio di covoni facendo calpestare l’intero mucchio e ogni tanto ci si fermava per una bevuta al tragno pieno di acqua fresca. Dopo una prima sommaria separazione tra paglia e seme, si eseguiva lo sfurchette, si buttava la paglia in aria con i forconi per separarla dai semi.

Quando tutte le spighe erano sgranate si continuava con lu restregne formando un unico cordolo composto da seme, pula e polvere. Arrivava il padrone con lo schioppo e la fiasca, la donna con il canestro, canneroni casceove e vino… dalla fiasca. Il giorno successivo, dopo la Santa Messa, tutti i fedeli si ritrovano davanti il sacrato della chiesa dove si attende che la statua della Beata Vergine del Monte Carmelo conosciuta meglio con il nome della Modonna del Carmine, venga portato fuori per poi portarla in processione per le vie del paese. Mentre la processione attraversa tutto il paese, i mietitori sono in attesa del passaggio della Madonna per farle omaggio del grano. Donare le primizie del raccolto ai Santi e alla Madonna, è sempre stato per i contadini un gesto di rispetto e di ringraziamento per la buona annata. La processione si ferma nei pressi di un crocevia per aspettare i mietitori che sfilano con i covoni portati ni Chevelle (ceste dove si metteva il grano) da asini e muli, davanti alla Madonna e al parroco che si appresta a impartire la benedizione. Non manca il canestro che contiene la spasa ricolma di canneroni casciaove che sarà il premio per tutti a fine sfilata. (dal sito: http://www.comune.castellinodelbiferno.cb.it)

Santa Maria Del Molise Festività di San Michele Arcangelo con l’incendio del campanile della Grotta (seconda domenica di maggio)

l’appuntamento più importante e suggestivo dell’anno è “l’incendio del campanile”, che si svolge durante la tradizionale fiaccolata che accompagna la processione di San Michele Arcangelo, festa religiosa che è fissata al secondo sabato e alla seconda domenica di maggio.

E’ una manifestazione molto suggestiva che avviene ogni anno, il secondo sabato di Maggio, a Sant’Angelo in Grotte, frazione di Santa Maria del Molise in provincia di Isernia.

Festa della Madonna delle Grazie, ‘il Volo dell’Angelo’ (01-02 luglio)

Madonna delle Grazie a Vastogirardi

Volo dell’Angelo – 1 e 2 luglio

Il Volo dell’Angelo (o Calata dell’Angelo) è un rito che, in più regioni italiane, in occasione di feste religiose, vede come protagonisti dei fanciulli, i quali, istruiti sul ruolo da interpretare e abbigliati secondo particolari esigenze sceniche, diventano gli ‘attori’ d’una suggestiva rappresentazione devozionale. Nel Molise, il volo dell’angelo è oggi tradizione esclusiva di Vastogirardi, ma nei secoli scorsi ha interessato anche altre località.

Le origini

Giorgio Vasari, dando notizia degli ingegni ideati da Filippo Brunelleschi, scrisse che ve n’erano alcuni che permettevano d’inscenare sacre rappresentazioni durante le quali si poteva ammirare un cielo pieno di figure vive moversi, tra cui putti vestiti da Angeli; ed il pubblico restava meravigliato ad osservare immagini illusorie, come quando co’ canapi e le ruote gli angeli scendevan dal cielo.

Ecco alcuni stralci della descrizione che Vasari fece delle macchine utilizzate da Brunelleschi a Firenze, nel 1439, per la Rappresentazione dell’Annunziata: «Dicesi ancora che gl’ingegni del Paradiso di S. Felice in piazza, nella detta città, furono trovati da Filippo, per fare la rappresentazione o vero festa della Nunziata, in quel modo che anticamente a Firenze in quel luogo si costumava di fare. La qual cosa invero era maravigliosa, e dimostrava l’ingegno e l’industria di chi ne fu inventore: perciò che si vedeva in alto un cielo pieno di figure vive moversi […]. …per questo effetto […] si metteva in su ciascuna delle dette basi un fanciullo di circa dodici anni e col ferro alto un braccio e mezzo si cigneva in guisa che non avrebbe potuto, quando anco avesse voluto, cascare. […]. Questi otto angioli retti dal detto ferro mediante un arganetto che si allentava a poco a poco, calavano dal vano della mezza palla fino sotto al piano de’ legni piani che reggono il tetto […]. Questi dunque così fatti ingegni e molti altri, furono trovati da Filippo; se bene alcuni altri affermano che egli erano stati trovati molto prima».

Qualche anno dopo la creazione degli ingegni di Brunelleschi, nel 1453, a Reggio Emilia si rappresentò un trionfo in onore del Duca Borso d’Este, durante il quale discesero dall’alto tre comparse vestite da angeli, scorrendo per mezzo di corde. E nel 1460, un coro di angioli vivi suso alti che volitavano entrò nella chiesa di san Mercuriale a Forlì assieme ad un corteo festoso. Si trattò «…dell’impiego parziale o in scala ridotta d’un mirabile ingegno o congegno fiorentino (i fiorentini, almeno se ne attribuirono la paternità), consistente in una struttura sospesa, cava all’interno (il tabernacolo o roda), capace di contenere angeli, santi, Dio padre, Cristo e tutto quanto potesse alludere alla gloria paradisiaca, illuminata da una miriade di lumi e sprigionante melodie. A ciò si aggiungeva un secondo meccanismo che permetteva a coloro che erano vestiti da angeli di scendere e salire, simulando il volo per funes».

Il Volo dell’Angelo a Vastogirardi

L’inizio di luglio è periodo festivo importante per Vastogirardi (Isernia). I primi due giorni del mese sono riservati alla celebrazione della ricorrenza della Madonna delle Grazie, con la rappresentazione del volo dell’angelo, che tenta di coniugare religiosità popolare e spettacolarità. Il 3 luglio, inoltre, il paese festeggia il patrono, san Nicola di Bari, in una data diversa da quelli che, in altri luoghi, sono i giorni solitamente riservati a questo santo: il 6 dicembre e il 9 maggio.

A Vastogirardi, la tradizione del Volo non è antichissima. Infatti, per quanto documentato dalle fonti, la prima edizione risalirebbe al 1911, per volere di Vincenzo Nicola Liberatore. Costui, secondo quanto tramandato dalla tradizione locale, all’esordio del Novecento fece ampliare la piccola cappella dedicata alla Vergine delle Grazie che divenne una bella chiesa. Terminate le opere, in occasione dell’inaugurazione dell’ampliato edificio sacro, Liberatore volle che l’evento fosse celebrato in modo caratteristico e memorabile. Pertanto, pensò a qualcosa in grado di meravigliare i suoi compaesani. Fece, così, realizzare un sistema di carrucole che, collegando la chiesa ad una casa che la fronteggia, consentì di rappresentare la scena del volo dell’angelo. Sembra che egli abbia incontrato qualche scetticismo tra i suoi compaesani, i quali ritenevano pericoloso far scorrere in aria, appesa a delle corde, una bambina. Allora, per la prima edizione del Volo, che si tenne il 2 luglio 1911, Vincenzo decise che ad interpretare l’Angelo fosse sua figlia Maria Carmela. La rappresentazione ebbe favorevoli riscontri, ma negli anni immediatamente successivi non fu ripetuta. Nel 1921, però, il Volo fu nuovamente rappresentato e, dopo nuove interruzioni, la sacra rappresentazione ha trovato regolare e documentato svolgimento.

L’Angelo viene interpretato sempre da una bimba, preferibilmente d’età compresa tra i quattro e i sei anni. La bambina viene vestita con un costume di scena (tunica monocolore e posticce ali decorate), quindi è assicurata ad un solido cavo d’acciaio per mezzo d’una imbracatura di cuoio, imbottita e foderata di velluto. L’imbracatura è dotata d’un congegno di carrucole, al quale si legano pure le caviglie della bimba, in modo da non farle tenere le gambe penzoloni. Il percorso del Volo è lungo circa quaranta metri e viene compiuto più volte, ad un’altezza non eccessiva dal suolo. L’Angelo vola dal balcone d’una casa fino alla statua della Madonna che, in tale occasione, viene esposta davanti la facciata della chiesa. Una robusta corda, manovrata da uomini esperti, fa scorrere l’Angelo lungo il cavo d’acciaio. I voli sono accompagnati dalla musica che una banda suona a mo’ di colonna sonora ad ogni percorso d’andata e ritorno. Il sistema di carrucole non consente all’Angelo di voltarsi, per cui la bimba compie i viaggi senza mai girare le spalle alla Madonna.

La sera del 1° luglio, alle 21 circa, l’Angelo, con ali bianche e vestito del medesimo colore, compie tre voli. Al primo, giunto dinanzi al simulacro, recita una preghiera di ringraziamento alla Vergine. Al secondo, sparge incenso verso la statua. Al terzo, lancia petali di fiori verso la Madonna e poi, lungo il tragitto di ritorno, anche sul pubblico.

La mattina del 2 luglio, dopo mezzogiorno, la rappresentazione si ripete con alcune varianti. L’Angelo stavolta indossa ali e abito celesti. Inoltre, ai tre voli compiuti secondo lo schema della sera precedente, se ne aggiunge un altro (effettuato come secondo passaggio) che vede l’Angelo donare, in nome di tutta la comunità, un “pegno d’amore” alla Vergine, consistente di solito in un monile d’oro offerto dalla famiglia della bimba che impersona l’Angelo.

Le due rappresentazioni del Volo seguono una messa e precedono una processione. La processione serale del 1° luglio compie un percorso cittadino al termine del quale la statua della Madonna torna nella propria chiesa. Quella mattutina del 2 luglio vede portare la statua nella chiesa di San Nicola, dove resta fino al giorno seguente – data in cui Vastogirardi, come detto, festeggia il suo patrono – per poi essere ricondotta nella chiesa d’origine. Il trasporto è curato dalle donne, cui è riservato tale ruolo in entrambe le processioni. La statua, in occasione della festa, è coperta di numerosi oggetti d’oro (anelli, bracciali, catenine, orecchini, collane) donati dai fedeli e applicati su una elegante stola.

Il Volo dell’Angelo in Molise

Nel 1852, il Volo dell’Angelo fu vietato a causa della “sua pericolosità”. Il divieto, però, non ebbe granché effetto se, sul finire del XIX secolo, Angelo De Gubernatis – ospitando nella Rivista delle tradizioni popolari italiane un articolo di Gaetano Amalfi e prendendo spunto dalle informazioni che gli aveva inviato da Campobasso Francesco Montuori – scrisse che si trattava di un’usanza ancora diffusa “nel Mezzogiorno, e specialmente nel Molise”.

L’avverbio utilizzato da De Gubernatis induce a pensare che, a quel tempo, la tradizione molisana fosse significativa anche più di quella campana o di quella siciliana, generalmente reputate più importanti e da ritenere tali in base all’attuale diffusione geografica del rito. Le notizie ‘molisane’ fornite da Montuori furono riportate in una nota aggiunta al menzionato articolo di Amalfi. Eccole: «La calata dell’Angelo è un’altra consuetudine tradizionale ancora viva e che si vede in un giorno qualunque di festa, secondo la genialità di quelli che la dirigono. Dopo che la Madonna o il Santo è stato portato in giro per tutto il paese, si fa fermare sul luogo dove deve apparire l’angelo e comincia la cerimonia. Per una corda attaccata tra due balconi, e per mezzo di piccole carrucole ai piedi ed alle ascelle, scende un bel fanciullo vestito da angelo. Egli si ferma dinanzi l’immagine della Madonna ed in prosa ne fa le lodi, invocando insieme da essa protezione sul paese ed una buona stagione. Finita l’invocazione, getta alla Madonna un fazzoletto pieno di petali di fiori, tra i canti e le benedizioni dei devoti, e per mezzo della corda viene ritirato dal punto dove era sospeso». Montuori fu generico: non indicò date celebrative, né culti specifici e neppure località. È certo, però, che durante il XIX e il XX secolo la calata dell’angelo è stata messa ripetutamente in scena in diversi paesi del Molise.

A Jelsi, il volo dell’angelo – di cui si ha notizia per la festa in onore di Sant’Anna – «è scomparso durante il ventennio fascista. Esso consisteva nel far scorrere, sospeso ad un cavo fissato ai muri opposti di una strada, uno o più ragazzini vestiti da angioletti che in occasione del passaggio della Santa lanciavano, recitando alcuni versi, petali di fiori. Solitamente erano delle famiglie girovaghe che venivano invitate nei diversi paesi della provincia, e guadagnavano da vivere facendo questo lavoro».

Uno spettacolo simile si svolgeva a Isernia, in piazza Sanfelice, dove negli anni venti dello scorso secolo si organizzava il Volo degli Angeli, lungo un percorso che andava dal palazzo della famiglia Veneziale a quello della famiglia Magnante.

A Campolieto, il 29 settembre, quando transitava per il paese la processione di San Michele, si inscenava «la cosiddetta Calata dell’Angelo, che consisteva nel mettere una corda tesa in alto, che andava da una finestra del palazzo baronale fino ad un balcone di una casa di via Roma, e nel far scendere un bambino vestito da angelo giù per la corda e quando arrivava sulla statua lo si faceva fermare e dopo che aveva recitato una preghiera a San Michele, di cui però, nessuno ricorda la formula, veniva ritirato su; la calata dell’angelo è stata fatta fino a verso il 1940».

I fedeli di Montorio nei Frentani avevano modo d’assistere alla calata dell’angelo a giugno, durante uno dei giorni di festeggiamento “in onore del nuovo e antico protettore”, San Costanzo e Sant’Antonio. Anche a Montagano c’è memoria del volo dell’angelo; così come a Civitanova del Sannio, dove veniva rappresentato a fine agosto, in concomitanza della festa di San Felice Martire.

Un tempo, a Petrella Tifernina, per rendere più solenne la ricorrenza di San Gaetano, veniva ingaggiata «una compagnia proveniente da Vietri (Campania), formata da cinque suonatori di strumenti diversi ed una fanciulla. Una fune veniva tesa ad altezza balcone, fra due abitazioni, all’inizio di Via Garibaldi e precisamente vicino all’Orchestra. La fanciulla, vestita da Angelo, veniva sospesa in aria alla corda e scarrucolando avanti e indietro su di essa, elogiava il popolo, esortava il Santo e benediceva: questo avveniva a mezzogiorno, al passare della processione. Quella giovane fanciulla, issata lassù in costante pericolo, toccava i cuori più duri sino alla commozione ed era un applaudire continuo accompagnato da ogni tipo di offerte».

Anticamente, a Bonefro la processione di Sant’Antonio era caratterizzata dalla cascata dell’angelo. «Gli ‘angeli’ erano […] quattro o cinque, venivano fatti calare dal primo balcone fin sopra la statua del santo. Dicevano i loro padri che fungevano da manovratori: Angelo per angelo, vieni qui da me! Il piccolo ‘angelo’, arrivato nel punto stabilito, recitava una piccola poesia religiosa, quindi veniva fatto risalire sul secondo balcone. I bambini dovevano stare in attesa anche per un’ora, tanto da diventare ‘neri’ per l’arresto della circolazione del sangue. ‘A chescate de ll’ang’le a un dato momento non fu più effettuata, finché l’usanza non fu ripresa per un breve periodo di tempo negli anni ’30. Allora veniva in paese una famiglia di Riccia, composta dal padre, da tre figli maschi e da una bambina di 7 o 8 anni. […] vestita da angelo veniva calata sulla statua del santo, con il compito di gettare i fiori e di invocare la protezione di S. Antonio con le parole: S. Antonio ejute ‘u pop’le… S. Antonio sii benedetto!… Benedici questo popolo!… Alla fine la bambina veniva fatta scendere, mentre i suoi familiari giravano tra i fedeli a raccogliere le offerte con i piattini».

Testo: M. Gioielli (tratto da Feste e Riti d’Italia)


Foto: E. De Simoni e D. D’Alessandro (1 e 2 luglio 2006)
Archivio Fotografico dell’Istituto Centrale per la Demoetnoantropologia

Pescolanciano Festa di Sant’Anna, Sfilata dei Covoni

Fin da epoche antiche, nella stagione del raccolto del grano, l’uomo ha dato vita a rituali di ringraziamento, inscenando autentici trionfi delle messi, in origine tesi a glorificare divinità pagane e successivamente cristianizzati per sincretismo. Nel Molise, i più noti riti cerealicoli sono quelli dedicati a Sant’Anna, particolarmente venerata a Pescolanciano. Per la tradizione cristiana, Sant’Anna è la madre della Madonna; quindi, la nonna di Gesù Bambino. In tal senso rappresenta la generatrice per eccellenza, poiché partorì colei che poi diede alla luce il Figlio di Dio (Dio egli stesso). È, dunque, la Madre della Madre, vale a dire la Grande Madre, la più alta rappresentante della fecondità. Le società coltivatorie hanno sempre creduto nell’esistenza d’un rapporto tra fecondità femminile e fertilità agraria. Sant’Anna, modello di miracolosa maternità e protettrice delle partorienti, è assunta anche a simbolo dell’ubertà del suolo e della prosperità della produzione cerealicola, quale garante del potere fecondante della terra. Per le comunità contadine, Sant’Anna è la Magna Mater Frumenti.

A Pescolanciano, la festa di Sant’Anna è caratterizzata dalla sfilata dei covoni, detti, nel dialetto locale, manuocchi, dal latino manuculus. La sfilata si effettua il 25 luglio, nel tardo pomeriggio o sul far della sera. Nei giorni precedenti, le donne intrecciano spighe di grano per decorare gli angoli suggestivi del paese. Le famiglie, con estrema cura e perizia, preparano covoni e mannelli e li abbelliscono con fiori variopinti. La vigilia della ricorrenza di Sant’Anna, i manocchi sono condotti in processione lungo le vie del paese e, in modo caratteristico, sono trasportati in più maniere: 1. posti sul capo delle portatrici o dei portatori, che per reggerli in equilibrio utilizzano la spara (cercine); 2. collocati su piedistalli con braccioli e trasportati col metodo a spalla o con quello a mano; 3. sistemati artisticamente in contenitori, soprattutto tine e cesti da cui fuoriescono bionde spighe mature; 4. sorretti, semplicemente, in braccio; 5. su mezzi di trasporto a ruota: trattori, carri, carretti. Per la sfilata, le donne indossano costumi popolari; gli uomini, il più delle volte, ripropongono l’abbigliamento un tempo in uso tra i mietitori.

La sfilata dei covoni è seguita dalla statua della Santa. Durante il corteo, una banda suona e i fedeli eseguono l’Inno a Sant’Anna. La processione percorre le vie di Pescolanciano, secondo un itinerario prestabilito; quindi, termina nella chiesa del Salvatore dove il grano viene benedetto. Il giorno seguente, 26 luglio, dopo l’ultima messa del mattino, una seconda processione gira per il paese. Stavolta la statua di Sant’Anna è posta in testa al corteo; i fedeli cantano nuovamente l’inno. In questo rito, le messi rappresentano la teofania della Grande Madre: i manocchi, difatti, sono innalzati e trasportati come fossero idoli. Il reale oggetto del culto non è la Santa bensì il Grano.

Roccavivara Santa Maria di Canneto

La chiesa giunta ai nostri giorni risale ai secoli XI-XII, ha pianta a croce latina, con tre absidi. La facciata non ha elementi decorativi rilevanti, se non un bassorilievo sulla lunetta del portale. Nei muri esterni della chiesa sono inserite lapidi e varie iscrizioni di epoca romana e medievale, mentre, sulla destra, si leva una possente campanile, ultimato nel 1329 ad opera dell’Abate Nicola, consistente in una torre merlata di stampo gotico con trifore sulle arcate.

L’interno della chiesa è austero e a tre navate, ciascuna terminante con un’abside semicircolare. Lungo la navata centrale è collocato un pregevole ambone, finemente decorato, realizzato nel 1223, in parte con materiali di reimpiego più antichi. L’ambone è sostenuto da tre archi disuguali e, sotto il parapetto, si aprono sette piccole edicole: quella centrale doveva sostenere un’aquila che, con le sue ali spiegate, fungeva da leggio. Le altre sono occupate da sei monaci in altorilievo, intenti alle attività che rappresentano la regola monastica dell’ora et labora.

Dietro l’altare maggiore è collocata la statua della Madonna di Canneto, risalente al XIV secolo, in stile gotico, e conosciuta anche come la Vergine del Sorriso.

Nell’area adiacente la chiesa, sono presenti scavi archeologici che hanno riportato alla luce resti di una Villa romana del I secolo d.C.

Portocannone La carrese (Lunedì successivo alla pentecoste)

La “corsa dei carri” è l’evento più atteso tra tutte le tradizionali manifestazioni che si svolgono a Portocannone, capace di scatenare il coinvolgimento emotivo di tutta la popolazione, di tutti gli abitanti degli altri paesi arbëreshë limitrofi e di tutti coloro che sono emigrati e che tornano ogni anno, puntualmente, il lunedì di Pentecoste per poter rivivere l’emozione che questa manifestazione trasmette. È un rituale in cui si mescolano religione e folklore, memoria e celebrazione del passato che è annualmente rievocato con intensa partecipazione da parte dell’intera comunità.

In base al racconto tradizionale, si narra che giunti sulle coste dell’Adriatico e trovatisi di fronte una terra incontaminata e ricoperta di vegetazione, gli arbëreshë – non sapendo dove stanziarsi data la vastità del territorio – decisero di far decretare tale scelta ad una coppia di buoi aggiogati, che trascinavano un carro sul quale fu posta l’effigie della Beata Vergine di Costantinopoli. Il carro risalendo il bosco di Ramitelli, raggiunse l’attuale sito ove fu definitivamente fondato Portocannone e ove è tuttora depositato il quadro di Maria SS. di Costantinopoli che, per questo, è sia oggetto di venerazione per tutti i fedeli del paese, sia l’ambìto trofeo della “corsa dei carri” che si svolge ogni anno nel paese a ricordo della venuta in Italia.

Questo evento comincia già la sera prima: la domenica di Pentecoste, i sostenitori di ogni singola fazione in gara si esibiscono separatamente in uno spettacolo pirotecnico nella piazza centrale, al fine di dare inizio ufficiale alla manifestazione. Comincia ad esibirsi il carro vincitore nell’anno precedente e, in successione, seguono le altre fazioni. La manifestazione dei fuochi artificiali di ogni carro si conclude con l’accensione di una lunga “catena di polvere pirica” (di circa 100, 150 metri) distesa a terra ad una distanza di circa 20 metri dall’entrata del borgo Costantinopoli che, una volta accesa all’estremità opposta, viene trascinata a mani nude dal “cateniere” (cavaliere posto a guida dei buoi durante la gara del giorno successivo), fin sotto l’arco di accesso al borgo antico, dove avviene l’esplosione del botto finale. Il compito che il “cateniere” assolve durante la competizione è simulato, in questa occasione, dall’azione che egli compie nel trascinare, nel guidare la “catena di polvere pirica” – come i buoi il giorno della gara – oltre l’arco del borgo Costantinopoli e, affinché questo spettacolo sia benaugurante per l’evento vero e proprio del giorno successivo, è fondamentale che la lunga “catena” di fuochi non si spezzi durante il suo scoppio e trascinamento.

Alla gara prendono parte tre “partiti”: i “Giovani” simboleggiati dai colori bianco e celeste, i “Giovanotti” con i colori giallo e rosso e, dal 2008, i “Xhuvëntjelvet” di colore arancione. Tra il 1973 e il 1990, partecipò alla gara anche un altro carro, denominato “Skanderbeg”, i cui colori erano il verde e il nero, ma che negli anni successivi non ebbe più la possibilità di gareggiare per mancanza di risorse economiche e per disaccordi nati in seno al gruppo.

La “corsa dei carri” è regolamentata da uno statuto, redatto e sottoscritto dai responsabili dei “partiti” e dalle autorità comunali. Lo statuto in vigore fino all’anno 1999 prevedeva che il percorso della gara fosse di circa 2,9 km. e che alla competizione dovessero partecipare dei carri trainati da due coppie di buoi, ma in seguito al verificarsi di incidenti pericolosi per la vita di coloro che fanno parte del servizio d’ordine e di supporto tecnico dei carri in gara e dopo vari disaccordi tra i sostenitori delle tifoserie opposte, si è preferito modificare nel 2000 l’antica normativa.

Oggi il percorso della gara è di circa 3,8 km. e il numero di buoi aggiogati è sceso da quattro a due; inoltre, è stato modificato anche il regolamento relativo all’ordine di partenza dei carri: mentre il vecchio statuto prevedeva che si mantenesse l’ordine di arrivo dell’anno precedente, quello odierno stabilisce che l’ordine di partenza dei carri sia decretato di anno in anno tramite un sorteggio che avviene poche ore prima dell’inizio della manifestazione, alla presenza dei rappresentanti di ogni “partito” e della giuria di gara.

La vera e propria “corsa” ha inizio nelle prime ore del pomeriggio, quando i tre carri (i “Giovani”, i “Giovanotti” e i “Xhuvëntjelvet”) e la folta schiera di cavalieri a loro seguito si avviano verso la chiesa dei SS. apostoli Pietro e Paolo, ove li attende il sacerdote per la benedizione affinché la Madonna di Costantinopoli protegga animali ed esseri umani durante tutta la competizione.

I carri si avviano poi verso la partenza, situata nel Vallone delle Canne. Durante questo tragitto, le tre formazioni sono accompagnate dai cavalieri e dagli addetti al servizio d’ordine e di supporto tecnico, indispensabili al momento della partenza perché devono “girare il carro”; infatti, è necessario invertire il senso di marcia per poter ritornare in paese e tagliare il traguardo. È indispensabile una rotazione su sé stessi di 180°, per cui è evidente che occorra anche molta forza fisica per poter sollevare il carro di legno con su i tre “carristi” (persone che dall’interno del carro pungolano i buoi durante la corsa) e per farlo roteare su sé stesso, dato che la sua struttura non permette manovre agevoli.

Tra i tre carri vi è una distanza di sicurezza di m. 25 che permette di svolgere questi movimenti in tutta libertà, senza intralciare la squadra avversaria. Una volta sulla linea di partenza, la giuria capeggiata dal sindaco del paese controlla che queste operazioni avvengano nel rispetto delle norme dello statuto, poi quando tutti sono ai loro posti, il sindaco dà la partenza gridando “girate”, seguito da un colpo di pistola. Nel giro di pochi secondi, i carri vengono ruotati su loro stessi; i buoi sono lanciati a forte velocità sotto lo stimolo dei lunghi pungoli impugnati dai cavalieri, i quali hanno il compito di disporsi a semicerchio intorno al carro sia per spronare continuamente gli animali sia per spingere il carro da dietro, in modo da aiutare i buoi nel traino della struttura di legno e ferro – appesantita anche dalla presenza dei tre “carristi” – lungo tutto il tragitto.

Durante la gara è possibile che si effettuino dei sorpassi se il carro che è in ultima posizione ha dei buoi più allenati e più veloci e se la corsia di sorpasso (costruita parallelamente al percorso asfaltato della gara) si trova in una posizione strategica rispetto al normale tracciato di percorrenza. Naturalmente, ha più probabilità di vincere la squadra che ha la coppia di buoi migliore e più prestante atleticamente: queste caratteristiche si evidenziano già durante i quattro mesi di allenamento, precedenti la gara. Ogni “partito” organizza, separatamente dall’altro, almeno una volta a settimana una corsa che vale da allenamento, in cui tutto avviene esattamente come durante la vera e propria gara: i buoi vengono lasciati a digiuno ventiquattro ore prima, vengono sottoposti a massaggi e controlli medici che attestino il loro perfetto stato di salute (questo avviene anche durante tutto l’anno), vengono ferrati e puliti; i cavalieri hanno il compito di provvedere personalmente al benessere e alla forma fisica del proprio cavallo e, infine, i responsabili del “partito” (compresi i “carristi”) si riuniscono per elaborare una strategia di gara che viene anch’essa provata durante i quattro mesi di preparazione.

Naturalmente, questa competizione comporta un forte dispendio di risorse non solo fisiche (da parte di coloro che vi prendono attivamente parte), ma anche economiche perché la quantità di denaro che occorre per sostenere tutte le spese necessarie all’acquisto e al mantenimento di tutti gli animali è a completo carico dei sostenitori dei tre “partiti”. L’intera popolazione finanzia direttamente e per tutto l’anno la squadra per cui tifa: è per questo che il coinvolgimento è sentito sotto tutti i punti di vista. Ogni famiglia di Portocannone sostiene da sempre lo stesso carro ed è così che si è conservata e tramandata questa appartenenza all’uno o all’altro gruppo, trasmettendola di padre in figlio, di generazione in generazione.

Al momento dell’arrivo sotto l’arco del borgo Costantinopoli, dinanzi alla chiesa, i partecipanti alla gara (cavalieri e “carristi”) si stringono la mano e i vincitori ricevono le congratulazioni da parte degli sconfitti. I festeggiamenti cominciano subito con l’intonazione dell’inno di vittoria – la canzone del Piave – suonato dal complesso bandistico che seguirà il corteo in festa lungo le strade del paese, sfilando davanti alle abitazioni di tutti i sostenitori del gruppo vincitore, in cui vengono offerte a tutti deliziose vivande, dolci e bevande.

Il giorno successivo, in occasione dei festeggiamenti in onore della Beata Vergine di Costantinopoli, i carri vengono addobbati a festa e prendono parte alla processione religiosa della statua della Madonna lungo le vie del paese; in questa occasione, al carro vincitore della competizione spetta il merito di portare con s̩ in processione la riproduzione del dipinto della Vergine di Costantinopoli, patrona di Portocannone in onore della quale Рstando al racconto tradizionale Рviene svolta la competizione, come ringraziamento per aver portato in salvo i profughi albanesi giunti da oltremare nel XV secolo.

Massimo Ranieri

Massimo Ranieri compie 70 anni. Cantante e attore, napoletano, Giovanni Calone, questo il suo vero nome, è il quinto di una famiglia di otto figli. Il primo disco a 13 anni, inciso con lo pseudonimo “Gianni Rock”, lo porta a New York come spalla di Sergio Bruni, uno dei re della melodia partenopea nel mondo. Poi il successo con il nuovo nome d’arte “Ranieri” – Massimo sarà aggiunto solo nel 1968 a Scala Reale, dove a 15 anni canta “L’amore è una cosa meravigliosa”. Arrivano il Cantagiro con ‘Pietà per chi ti ama’, i primi Festival di Sanremo, con il successo di ‘Rose rosse’ del 1969; Canzonissima con ‘Se bruciasse la città’ al secondo posto e poi sul podio più alto nel 1970 con ‘Vent’anni’ e nel 1972 con ‘Erba  di casa mia’, all’Eurofestival; fino al ritorno vincente a Sanremo nel 1988 con ‘Perdere l’amore’.

In parallelo la carriera in teatro, al cinema, in tv. Sul palco porta ‘L’anima buona di Sezuan’ diretto da Giorgio Strehler, ‘Pulcinella’ e  ‘Liolà’ per la regia di Maurizio Scaparro e al Sistina con la commedia musicale ‘Rinaldo in campo’ targata Garinei & Giovannini nel ruolo che fu di Domenico Modugno e poi il musical ‘Barnum’ e ancora ‘Poveri ma belli’ e ‘Canto perché non so  nuotare’. Sulla Rai ripropone le commedie di Eduardo De Filippo: ‘Filumena  Marturano’, ‘Napoli milionaria’, ‘Questi fantasmi’, ‘Sabato domenica e lunedì’. E conduce in tv il programma ‘Sogno e son desto’. Una  carriera da ‘sogno’, premessa di un tour interrotto bruscamente per colpa della pandemia. Proprio prima dello stop la memorabile esibizione da superospite a Sanremo in un duetto con Tiziano Ferro, al quale segue anche una versione radiofonica di “Perdere l’amore”. Sempre sul palco di Sanremo, Ranieri ha presentato il nuovo inedito, “Mia Ragione” preludio del nuovo disco uscito il 27 novembre “Qui e adesso”,  frutto della collaborazione con Gino Vannelli, che ha prodotto e curato gli arrangiamenti dei 17 brani, di cui 4 inediti (tra cui un brano donato da Charles Aznavour a Ranieri e un duetto con lo stesso Vannelli) e 13 “lati B” degli anni 70, messi in ombra all’epoca dagli straordinari successi che li accompagnavano nella pubblicazione.

Perché sogno d’amore
Vivi ancora sul cuscino accanto a me
Ed io non ho le ali
Per volare veramente insieme a te
Ormai si alza il vento
Il profumo delle rose svanirà
E tu angelo stanco mi guardi e sei
Lontana è già Vai primavera vai
Dopo di me altri amori avrai
Io non dovevo mai
Svegliarti con un bacio
Il bacio dell’addio
Addio dolce rimpianto ti alzi e tremi
Dolcemente come un fiore
Ma ormai sogno d’amore
La tua essenza è già sbocciata
Accanto a me E tu angelo stanco
Chissà se pensi ancora a me
Vai primavera vai
Dopo di me
Altri amori avrai
Io non dovevo mai
Svegliarti con un bacio
Il bacio dell’addio
Addio sogno d’amore un aereo
Si allontana sempre più
Ma io non ho le ali non volerò
Non volerò dove sei tu

Vibra ancora un organo
Ma non suona più
Fuori il grano è alto già
Non tremare più
Resta qui nell’anima
Resta solo tu
Ho sofferto amato e pianto
Non parlare più Nelle braccia dell’amore
Mi accarezza il tuo respiro
Amore
Come un giglio di scogliera
Oggi è nato dentro me
L’amore mio per te Non tornare a casa tua
Quale dubbio hai?
Questo velo su di noi
È felicità
Per pagare e per morire
Sempre tempo c’è
Ma il tempo dell’amore
Non mi basta mai Nelle braccia dell’amore
Mi accarezza il tuo respiro
Amore
Non lasciarmi primavera
Oggi è nato dentro me
L’amore mio per te Si è perduto il mio pensiero
Nei capelli tuoi
Io ti sento sei sincera
Dolce vento vai
I tuoi fianchi tremano
Dolce vento vai
Ho sofferto, amato e pianto
Ma tu non lo sai
Nelle braccia dell’amore
Mi accarezza il tuo respiro
Amore
Questa notte tanto chiara
Sarà sveglio accanto a te
L’amore mio per teFonte: LyricFindCompositori: Giancarlo Bigazzi / Enrico Polito / Gaetano Savio

Il cuore mio non dorme mai
Sa che di un altro adesso sei
Tua madre va dicendo che
A maggio un uomo sposerai
Ma se in fondo al cuore tuo
C’è un ragazzo sono io Ma chi l’ha detto ma perché
Non devo più pensare a te
Nessuno sa chi sono io
Ma il primo bacio è stato mio
Impazzisco senza te
E ogni notte ti rivedo accanto a me Se bruciasse la città
Da te, da te, da te io correrei
Anche il fuoco vincerei per rivedere te
Se bruciasse la città
Lo so, lo so tu cercheresti me
Anche dopo il nostro addio l’amore sono io
Per teIl cuore mio non dorme mai
Per inventarti accanto a me
Non brucia mai questa città
C’è ancora un uomo insieme a te
Ma se in fondo al cuore tuo
C’è un ragazzo sono io Quel prato di periferia
Ti ha visto tante volte mia
E’ troppo tempo che non sa
Dov’è la mia felicità
Impazzisco senza te
E ogni notte ti rivedo accanto a me Se bruciasse la città
Da te, da te, da te io correrei
Anche il fuoco vincerei per rivedere te
Se bruciasse la città
Lo so, lo so tu cercheresti me
Anche dopo il nostro addio l’amore sono io
Per te
Per teFonte: LyricFindCompositori: Giancarlo Bigazzi

Rose Rosse per te
Ho comprato stasera
E il tuo cuore lo sa
Cosa voglio da te
D’amore non si muore
E non mi so spiegare
Perché muoio per te
Da quando ti ho lasciato
Sarà perché ho sbagliato
Ma io vivo di te
E ormai non c’è più strada
Che non mi porti indietro
Amore, sai perché
Nel cuore del mio cuore
Non ho altro che te
Forse in amore le rose
Non si usano più
Ma questi fiori sapranno parlarti di me
Rose Rosse per te
Ho comprato stasera
E il tuo cuore lo sa
Cosa voglio da te
D’amore non si muore
Ma chi si sente solo
Non sa vivere più
Con l’ultima speranza
Stasera ho comprato
Rose Rosse per te
La strada dei ricordi
È sempre la più lunga
Amore, sai perché
Nel cuore del mio cuore
Non ho altro che te
Forse in amore le rose
Non si usano più
Ma questi fiori sapranno parlarti di me
Rose Rosse per te
Ho comprato stasera
E il tuo cuore lo sa
Cosa voglio da te
Fonte: LyricFind
Compositori: Giancarlo Bigazzi / Enrico Polito
E adesso andate via
Voglio restare solo
Con la malinconia
Volare nel suo cielo
Non chiesi mai chi eri
Perché scegliesti me
Me che fino a ieri
Credevo fossi un re
Perdere l’amore
Quando si fa sera
Quando tra i capelli
Un po’ d’argento li colora
Rischi di impazzire
Può scoppiarti il cuore
Perdere una donna
E avere voglia di morire
Lasciami gridare
Rinnegare il cielo
Prendere a sassate
Tutti i sogni ancora in volo
Li farò cadere ad uno ad uno
Spezzerò le ali del destino
E ti avrò vicino
Comunque ti capisco
E ammetto che sbagliavo
Facevo le tue scelte
Chissà che pretendevo
E adesso che rimane
Di tutto il tempo insieme
Un uomo troppo solo
Che ancora ti vuol bene
Perdere l’amore
Quando si fa sera
Quando sopra al viso
C’è una ruga che non c’era
Provi a ragionare
Fai l’indifferente
Fino a che ti accorgi
Che non sei servito a niente
E vorresti urlare
Soffocare il cielo
Sbattere la testa
Mille volte contro il muro
Respirare forte il suo cuscino
Dire è tutta colpa del destino
Se non ti ho vicino
Perdere l’amore
Maledetta sera
E raccogli i cocci
Di una vita immaginaria
Pensi che domani
È un giorno nuovo
Ma ripeti non me l’aspettavo
Non me l’aspettavo
Prendere a sassate
Tutti i sogni ancora in volo
Li farò cadere ad uno ad uno
Spezzerò le ali del destino
E ti avrò vicino
Perdere l’amore
Fonte: Musixmatch
Compositori: Marrocchi / Arteggiani

Giugno: i Misteri di Campobasso

Cade nel mese di giugno una delle manifestazioni più conosciute al di fuori della regione: la Sagra dei Misteri. Da oltre due secoli e mezzo, angeli, diavoli, madonne e santi, sospesi nel vuoto, sfilano per le vie di Campobasso. Le attuali macchine dei Misteri furono ideate dallo scultore campobassano, Paolo Saverio Di Zinno (1718-1781), intorno al 1740. Di Zinno studiò un’armatura verticale su piattaforma di legno, da portare a spalla, che avrebbe retto dei bambini su sapienti diramazioni, mentre alla base si sarebbero collocati gli adulti. Si suppone che i Misteri, commissionati da tre Confraternite della città, sfilarono per la prima volta per le vie di Campobasso nel 1748. I 18 Misteri venivano custoditi a gruppi di 6 nelle tre maggiori chiese campobassane: S.Antonio Abate, S.Maria della Croce e S.S. Trinità ( la cattedrale).

Con il terremoto del 26 luglio 1805 andarono distrutti molti edifici e molte chiese; tra queste la chiesa della S.S. Trinità e quella di S.Maria della Croce e insieme ad esse alcuni dei Misteri ivi custoditi. I Misteri distrutti furono: la SS. Trinità, il Corpo di Cristo, la Madonna del Rosario, San Lorenzo, Santo Stefano, Santa Maria della Croce. Da allora sfilarono sempre in 12 fino a quando, nel 1959, i fratelli Tucci costruirono un tredicesimo Mistero, su un disegno attribuito al Di Zinno: il SS. Cuore di Gesù. La sfilata che si svolge oggi a Campobasso ha caratteristiche identiche a quelle del 1748. Nel giorno del Corpus Domini, tutte le persone che debbono interpretare i vari personaggi, compresi i bambini, si danno convegno nei locali in via Trento, dove i Misteri sono attualmente custoditi. Lì convergono anche i portatori, più di 200 e le bande musicali. I personaggi si vestono, vengono aiutati ad arrampicarsi sui rami metallici e vengono imbrigliati con cinghie alle strutture. Apre la sfilata S. Isidoro, a seguire S. Crispino, S. Gennaro, Abramo, Maria Maddalena, S. Antonio Abate, l’Immacolata Concezione, S. Leonardo, S. Rocco, l’Assunta, S. Michele, S. Nicola, e il SS. Cuore di Gesù.

Alle dieci in punto si apre il cancello, il caposquadra grida “scannètt allèrt” ed al battere, per tre volte, della canna palustre sulla base, i portatori sollevano il Mistero che, come per incanto, prende vita e comincia ad ondeggiare. La banda attacca il motivo, sempre lo stesso da anni, ed i Misteri attraversano la Campobasso antica, sfiorando i balconi, si fermano, sostano e riprendono ad ondeggiare ritmicamente tra migliaia di persone che fanno da ala al loro passaggio. Le strade percorse dalla sfilata sono le principali del centro abitato: via S. Antonio Abate, via Ferrari, via Mazzini, via Umberto I, via Cavour, corso Bucci, corso Vittorio Emanuele II, via Petrella, via Regina Elena, via De Attellis, via Trieste, via Milano, via Torino, via Marconi, via S. Antonio Abate. Intorno alle 13.00 in piazza Municipio il corteo riceve la solenne benedizione del Vescovo per far rientro, sempre sfilando, nei locali dove sono custoditi. Data la massiccia partecipazione popolare alla manifestazione la concomitante presenza di una fiera nelle strade del centro e la chiusura al traffico del centro abitato è tassativamente sconsigliato l’uso delle autovetture, che nel giorno della manifestazione invadono anche le vie periferiche della città. Nello stesso giorno si svolge una fiera, attesa tutto l’anno dai Campobassani e dagli abitanti dei paesi nell’hinterland, nell’area del vecchio campo di calcio in via Monsignor Bologna, con venditori ambulanti provenienti da tutta Italia.
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I Misteri di Campobasso

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