Uccisione del maiale una grande festa tradizione dei nostri paesi.

Ricordo ogni anno mia madre acquistava a Settembre un maiale e lo si cresceva fino al 26 dicembre.In questi mesi il maiale veniva alimentato con prodotti sani per raffinare la carne con una speciale caniglia e a volte veniva lasciato fuori permettendo di mangiare l’erba.Io andavo spesso con mia madre a far mangiare il maiale nella sua Rolla cosi veniva chiamata il mangiare veniva messo nel Trocco.Il maiale quando era sazio ricordo ribaltava con il muso il trocco.Mia madre Giannina si preoccupava se il maiale non mangiava o si ammalava perchè era una fonte di alimentazione per tutta la famiglia.Un anno e morto un maiale e noi tutti eravamo disperati.Arrivava il 26 Dicembre una grande festa si chiamavano tutti i parenti stretti per l’uccisione del maiale.L’uccisione del maiale, quella tradizionale, avviene come sempre e da sempre la mattina presto, subito dopo l’alba. In genere nell’aia o spiazzo adiacente al porcile domestico. Dopo averlo sgozzato e dissanguato,(Questo veniva fatto da mio zio Michele fratello di mia madre di Bonefro) tenendolo disteso in genere su una panca, si procede con grossi coltelli alla raschiatura delle setole ammorbidite con acqua bollente.Dopodiché si praticano precisi tagli sulle zampe posteriori per infilare tra i tendini dei moschettoni di acciaio che permettono di agganciare e appendere il maiale per iniziare la lavorazione.Si procede quindi con la pulitura. Viene strofinato sale e limone, segue una seconda raschiatura con un grosso coltello e, infine, si sciacqua con acqua e asciugato con un canovaccio da cucina.Di seguito si inizia l’apertura del maiale a partire dall’inguine per ripulirlo dagli intestini e dagli organi che saranno adagiati in grossi bacili.Intanto le donne puliscono e sciacquano gli intestini che si utilizzeranno il giorno dopo per contenere gli insaccati.nfine l’animale completamente svuotato dalle interiora è sezionato in 2 parti per mezzo di un’accetta e una mazza per ottenere le due menzine.Le due menzine del maiale vengono successivamente pesate e trasportate in casa per riposare.Ho definito l’uccisione del maiale come un antico rito, una festa, anche se un po’ cruenta. Una festa che dura qualche giorno: a quello dell’uccisione del maiale seguono quelli utili per la preparazione degli insaccati.A mezzogiorno si faceva una grande tavola con il ragù di carne di maiale e per tradizione come pasta i mezzi ziti,bicchieri di vino rosso in quantità che bei tempi!!!Il fuoco del camino sempre acceso e si assaggiava la carne il guanciale o vrucculare.Il maiale restava apesso per 2 giorni per scolare dopodichè veniva tagliato a varie pezzature per fare la salsiccia,la sopressata,il prosciutto,le noglie il ntriglio.la gelatina.salsiccia di fegato.Del maiale non si buttava niente.L’uccisione del maiale e una cultura che stà per finire.

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Capellini alla caprese primi piatti pasta secca

Ingredienti

 4 persone

  1. 400 gr capellini
  2. 250 gr pomodorini
  3. 100 gr mozzarella
  4. 4 foglie basilico + quelle per guarnire
  5. Olio extravergine di oliva
  6. Sale e pepe
  7. Primo piatti

Passaggi

  1. Metti su la pentola e cuoci la pasta al dente, in acqua salata.
  2. Lavate i pomodorini ed il basilico
  3. In un bicchiere ad immersione, riducete in crema i pomodori ed il basilico con un goccio di olio evo e un pizzico di sale.
  4. Versate la crema di pomodorini in una padella, pulite il bicchiere del frullatore ad immersione e realizzate una spuma di mozzarella frullando la mozzarella con un po ‘ di acqua di cottura.
  5. Versate metà spuma di mozzarella nella padella, insieme alla crema di pomodorini ed una spolverata di pepe.
  6. Scolate la pasta al dente, ripassate in padella con la crema di pomodorini e crema ed impiattate.
  7. Terminate il piatto con un filo di olio evo, un po’ di spuma di mozzarella restante e basilico
  8. Portate in tavola i capellini

Cazzarieglie fresche all’uovo al prosciutto crudo primi piatti pasta fresca

Ingredienti

 4 persone

  1. 400 g Cazzarieglie fresche all’uovo
  2. 200 g prosciutto crudo
  3. 250 ml panna fresca
  4. Olio extravergine d’oliva
  5. Semi di papavero
  6. Sale

Tagliare a listarelle il prosciutto.

Portate ad ebollizione acqua salata e cuocete la pasta

Nel frattempo in una padella antiaderente versate un filo di olio extravergine di oliva e fate rosolare il prosciutto.

Aggiungete poi la panna fresca ed amalgamate bene.

Alla salsa aggiungere i semi di papavero.

Scolate la pasta e fatela saltare nella salsa.

Servite.

Penne rigate asparagi e ricotta primi piatti pasta secca

Ingredienti

 4 persone

  1. 400 gr pasta corta
  2. 1 mazzo asparagi
  3. 250 gr ricotta
  4. 1 scalogno
  5. 3 cucchiai da tavola di parmigiano reggiano
  6. qb Olio extravergine di oliva
  7. qb Pepe nero
  8. qb Sale

Passaggi

  1. Per preprare la pasta ricotta e asparagi dovrete iniziare dalla pulizia degli asparagi. Per pulire gli asparagi dovrete semplicemente rimuovere la parte finale del gambo, ossia quella più chiara e coriacea. Dovrete procedere, quindi, affettando i gambi ricavando delle rondelle piuttosto spesse. Mi raccomando affettate solo i gambi e lasciate, invece, le punte intere.
  2. Fate scaldare in una casseruola un giro d’olio extravergine d’oliva e nel mentre pulite ed affettate uno scalogno. Non appena l’olio è caldo, aggiungete lo scalogno e fatelo soffriggere leggermente prestando attenzione a non bruciarlo. Dopo un minutino aggiungete anche i gambi degli asparagi preparati in precedenza e fateli cuocere a fiamma moderata aggiungendo un bel pizzico di sale.
  3. In una padella a parte fate scaldare un altro goccio di olio extravergine d’oliva ed in questo caso, aggiungerete le punte degli asparagi che si dovranno arrostire in modo uniforme. Aggiungete un pizzico di sale per insaporirle a dovere.
  4. Quando i gambi degli asparagi saranno sufficientemente cotti, ci vorranno circa 15 minuti durante i quali avrete aggiunto anche poca acqua per evitare di farli bruciare, trasferiteli in un bicchiere sufficientemente grande da potervi far entrare un frullatore ad immersione. Aggiungete al bicchiere anche il parmigiano grattugiato e la ricotta e frullate il tutto con il frullatore ad immersione fino ad ottenere una crema vellutata ed omogenea.
  5. Portate ad ebollizione una pentola colma d’acqua e aggiungete il sale non appena spicca il bollore. Tuffatevi la pasta e fatela cuocere al dente.
  6. Trasferite la crema di ricotta e asparagi in una bella insalatiera o in una ciotola capiente. Qualora risultasse troppo densa potrete aggiungere un goccio dell’acqua di cottura della pasta. Unite, quindi anche la pasta cotta e scolata e mescolate molto bene per condire il tutto alla perfezione.
  7. Non vi resta, quindi, di servire la pasta nei piatti e ultimare ciascuno con qualche punta d’asparago saltata e messa da parte e una macinata di pepe nero.

Conchiglie ricotta e broccoli primi piatti pasta secca

Ingredienti

 4 porzioni

  1. gr. 600 di broccolo calabrese
  2. gr. 500 di conchiglie
  3. gr. 250 di ricotta di pecora o misto pecora
  4. 1 spicchio aglio o uno scalogno piccolo
  5. olio extra e sale secondo proprie esigenze
  6. 1 noce di burro

Passaggi

  1. Lavare il broccolo,soprattutto le sue foglioline,poi togliere dal manico le inflorescenze,compresa una parte dei manici più teneri e staccare tutte le sue foglie che taglierete a pezzetti,mentre lasciate le inflorescenze intere. Scartate il manico e le parti dure del broccolo.
  2. In un tegame mettete le inflorescenze intere del broccolo, assieme alle sue foglie e le parti tenere tagliate a pezzetti,aggiungete l’aglio o lo scalogno tritato bene,2 cucchiai di olio ed un mestolo di brodo,salate e cuocete finché il broccolo sarà tenero e le sue inflorescenze tenderanno a staccarsi. Non deve mai friggere,ma mantenere il fondo con del liquido che vi servirà poi per sfaldare la ricotta che aggiungerete a fine cottura.
  3. A fine cottura con fuoco dolce acceso aggiungete la ricotta a pezzetti e amalgamate un poco,poi spegnete il fuoco ed aggiungete il burro che darà agli ingredienti un buon sapore,ma senza cuocerlo,ma dovrà sciogliersi con il calore del tegame.
  4. Cuocete le orecchiette o nel caso non le avete con pasta corta,scolate al dente,aggiungete al tegame,mescolate bene e servite con una spolverata di formaggio grana grattugiato

Conchiglie al tonno a modo mio primi piatti pesce

Ingredienti

 4 porzioni

  1. 450 g di conchiglie
  2. 2 melanzane
  3. 20 Datterini gialli
  4. 20 Pachino
  5. Filetti tonno
  6. 1 spicchio Aglio
  7. 1 Peperoncino
  8. Olio
  9. sale
  10. Prezzemolo, origano
  11. Mandorle tritate

Metto in una padella l’aglio il peperoncino e prezzemolo. Di seguito aggiungo i pomodorini. Cucino qualche minuto. Taglio le melanzane a spicchi. Continuo la cottura con coperchio.

Aggiungo il sale, e cucino altri 4/5 minuti

Cucino le conchiglie in acqua bollente salata per 8/10 minuti. Condisco le conchiglie e unisco i filetti di tonno, una parte dei filetti li lascio sani.

Termino con prezzemolo origano e mandorle tritate grossolanamente.

Spaghetti pomodorini Pachino e olive nere denocciolate primi piatti pasta secca

Ingredienti

 4 persone

  1. 400 g di spaghetti
  2. 700 g pomodoro pachino
  3. 1 spicchio d aglio
  4. 20 olive nere denocciolate
  5. Basilico
  6. Olio EVO

Mettere in una padella l olio e l aglio e lasciamolo rosolare

Nel frattempo tagliamo in 4 i pomodorini e mettiamo in padella e copriamoli con il coperchio

Facciamo cuocere per circa 10 minuti.nel frattempo possiamo iniziare a cuocere la pasta.

Aggiungiamo qualche foglia di basilico

E le olive.Facciamo cuocere per.altri 10 minuti.salare a piacere.

Scoliamo la pasta e la trasferiamola in padella.

Facciamo mantecare qualche minuto.

Larino Cb Molise

Tra una meravigliosa vegetazione di alberi di olivo e di viti, sorge Larino. L’origine della città è molto controversa e ancora oggi oggetto di dibattito. 

Di certo sappiamo che Larino era una città del popolo italico dei Frentani, fondata in età preromana. Difatti gli studiosi ne identificano la fondazione almeno 500 anni prima a quella di Roma. Dopo la distruzione della città di Frenter, la Città fu ricostruita con il nome di Ladinod nome impresso anche sulle sue monete locali; in seguito fu trasformato nel latino Larinum, ossia luogo dove i Frentani ebbero i Lari. La città aveva un impianto urbano già molto solido ed evoluto nel IV secolo a.C. Dopo la vittoria dei Romani nel 319 a.C., Larinum divenne una res publica, mantenendo una propria autonomia rispetto alle altre città frentane.

Durante la seconda guerra punica (217-201 a.c) fu teatro di battaglie tra l’esercito di Annibale, accampato nella vicina Gerione, e Fabio Massimo, dittatore a Larino. Al tempo di Augusto, venne trasferita una colonia militare cluenziana, che pare dette il nome ad una delle famiglie della Frentania, la Cluentia.

A questa famiglia appartenne Lucio Cluentio, larinate, che mori nel 89 a.c. nella battaglia di Nola. A Larino nacque anche Aulo Cluentio, noto per essere difeso da Cicerone nella celebre orazione Pro Cluentio pronunciata nel 66 a.c.

Successivamente, dopo la caduta dell’impero romano, la dominazione dell’Italia meridionale ad opera dei Longobardi (VI – X sec d.c.) influenzò la vita di Larino che divenne parte integrante del Ducato di Benevento, conservando una certa autonomia giuridica garantita dalla presenza di un conte.

 La data tradizionale dell’842, associata alla memoria della traslazione delle reliquie del patrono S.Pardo, mette in relazione l’esodo definitivo dell’antica città  dal sito collinare alla vallata sottostante, difesa dalle incursioni saracene ed ungare, da alte mura di cinta. Nel nuovo nucleo, sotto la successiva influenza del Regno di Napoli, a partire dal XIII sec. d.c., recuperò tutta la sua importanza e la presenza di un importante fortezza, successivamente adibita a residenza dei regnanti dell’epoca ne è la testimonianza unita alla costruzione della nuova Cattedrale (consacrata il 31 luglio 1319).  Il 26 gennaio del 1564, il vescovo Belisario Balduino, reduce dal Concilio di Trento, aprì a Larino il primo seminario diocesano nel mondo cattolico. Con il riordinamento amministrativo nel Regno di Napoli (1806), Larino riacquistò un ruolo istituzionale determinante, divenendo capoluogo di distretto, così come quando passò (1811) dalla Capitanata al nuovo distretto di Molise.

Santa Croce Di Magliano Cb Molise

1. Questa Terra di S. Croce è chiamata col nome di Magliano, o perché è posta vicino a Magliano già distrutto, come vogliono i suoi Paesani, o per distinguerla dalla Terra di S. Croce di Morcone della Diocesi di Benevento, della quale parla il Ciarlante lib.1. cap.20 .p.92. e lib.4. cap.4. p.296. o pure con maggior verità, perché fu Casale della detta Terra, o sia Castello di Magliano, e per molto tempo è andata sotto il nome di Casale di S. Croce di Magliano, avendo preso il nome di Terra da Alcuni anni in qua, forsi a cagione di essersi accresciuta di Abitatori tra per la salubrità dell’aria, tra per la fertilità, e ampiezza de’ Territoij ; di maniera, che accosto di essa si è formato dagli Abitatori un Borgo, quale occupa maggior situazione di quella della Terra medesima.

   2. Di essa non si fa ricordo nella sentenza del Cardinal Lombardo, dell’anno 1175. molto meno nelle Bolle di Lucio III. dell’anno 1181. e d’Innocenzo IV. del 1254. dove si notano i luoghi, e le Chiese più principali della Diocesi Larinese ; non può dubitarsi però, che questo Casale fusse in piedi colla sua Chiesa di S. Croce in que’ tempi, avendosene chiara memoria nel Diploma di Adenulfo, e altri de stipite a favore del Monistero, e Prepositura di S. Eustachio in Pantasia nel primo anno de’ Regni di Carlo I. di Angiò, che fu nel 1266. come questo, e altro si legge in esso nel cap.10. di questo lib.4. §.2. n.5. e 7. e prima di detto Diploma se ne fa menzione nella Bolla della concessione delle Chiese di S. Bartolomeo, e di S. Vito, fatta da Stefano, Vescovo Larinese a favore del Monistero di Casamare nell’anno 1240. come appresso in parlarsi di Maglianello num.6. dove si riporta tutta distesa ; e facendosi menzione di questo luogo sotto nome ai Casale di S. Croce, deve avvertirsi, come in que’ tempi questo nome di Casale non era di molta significazione, come spiega Dufresne nella parola Casale : e perciò deve dirsi, che fu tralasciata la sua memoria in dette Bolle.

   3. Il nome poi di questa Terra di S. Croce fu introdotto senza dubbio a cagione della Chiesa di tal nome : imperciocché coll’occasione del suo comodo, il luogo tratto tratto si rese abitato da’ nostri Latini, conforme è avvenuto in altri luoghi di questa Diocesi, e altrove in simili casi; e poi dalle molte vicende di peste, tremuoti, guerre, e sciagure simili si rese disabitato totalmente, e lo supponiamo col terribile tremuoto del 1476. che si riferisce da S. Antonino nella sua Cronaca, part.3. tit.22. cap.14. §.3. di cui si fa parola in discorrersi di S.Giuliano, di Ururi, di Larino, di Casacalenda, e altrove nel decorso di queste nostre memorie.

   4. Tantoché resosi questo luogo disabitato vi s’introdussero poi gli Albanesi, ed Epiroti colla morte del di loro Prencipe Giorgio Castriota detto Scandembergh. Quando ciò sia avvenuto, diffusamente se ne parla in questo lib.4. cap.1. num.20. e seqq. ove si discorre di Ururi, e per ciò questo attualmente suole appellarsi Santa Croce de’ Greci. In appresso colla distruzione di MaglianoMaglianello, e luoghi vicini della medesima Diocesi, vi s’introdussero anche alcuni Latini ; dal che avvenne, che quella Terra fu divisa in due parti, una volgarmente chiamata lo Quarto de’Greci, e l’altra lo Quarto de’ Latini, a cagione, che in quella abitavano i Greci, e in questa i Latini, o siano gl’Italiani: ed essendo la medesima Terra cinta di mura con due Porte, quella, che è verso dove abitano gli Albanesi, si appella la Porta de’ Greci, e l’altra, che è dalla parte dove abitano i Latini, volgarmente si chiama la Porta de’ Latini. E per la stessa cagione prima, che vi s’introducessero i Latini, si amministrava la cura delle Anime sotto un Arciprete di Rito Greco : e appresso introdotti gl’Italiani da prima fu posto un Economo Latino, acciocché amministrasse per loro la cura delle Anime, e nell’anno 1632. fu eretta la Chiesa di S.Antonio di Padova in Rettoria per la cura delle Anime de’ Latini. Finalmente estinto affatto il Rito Greco col consenso di alcune poche persone di Rito Greco fu da Noi nel 1727. suppressa la cura Arcipretale così de’ Greci, come de’ Latini, e a’ prieghi comuni fu eretta un Arcipretura tutta di Rito Latino nella medesima Chiesa di S.Antonio di Padova, dove attualmente si esercita, come appresso.

   5. Sta essa Terra situata in un’amenissima pianura sull’altezza di un monte continuato, che declina verso Mezzo giorno ; e perché non è coverta da altre Montagne, gode la vista di tutta la Puglia, del Monte S. Angelo, o sia Gargano, Lago di Lesina, Mare Adriatico, Isole di Tremiti, e di tutte le Terre della marina fino passato il Vasto; come pure gode la vista della rinomata Montagna della Majella, famosa per li tanti Semplici, che vi nascono, i quali tirano gli Oltramontani per loro cagione a farvi viaggio; e finalmente gode ancora la vista di buona parte degli Apruzzi. Ed essendo elevata è di aria amena, e perfetta, dominata da tutti i venti, e dal Sole dal principio del suo nascere fino all’ultimo del suo tramontare.

   6. Le fabbriche, non sono da disprezzarsi, e vi sono Case assai comode, e ben formate, oltre ai Palagio Baronale, che è di buona forma. Essa Terra è murata con due Porte, come sopra. Il suo Territorio, perché abbonda molto di acqua per li varj rigagnoli, che vi sono, si rende fertile così in ogni sorta di vettovaglie, come in ogni spezie di frutti, e a questo si aggiugne anche la industria degli abitatori, che non lasciano di coltivarlo.

   7. A riflesso delle cose preaccennate questo è uno de’ luoghi numerosi di anime di quelle parti, abitato da varj Professori dell’una, e dell’altra legge, Medicina, Notari, e delle arti più colte, né vi mancano persone di molta comodità. Nella numerazione del Mazzella dell’ anno 1601. questa Terra non vi si trova. In quella del 1669.e stampata dal de Bonis nel 1671.si dice S. Croce antica fuochi 22. e nuova 95. e tra quei, che vanno, e vengono per affari continui le persone al presente sono del numero di circa 2000.

   8. Questo luogo essendo Casale fu posseduto da Adenulfo, e altri de Stipite, come si vede da un Diploma formato da’ medesimi, e che si riporta nel detto cap.10. §.2. ove si parla del Monistero, e Prepositura di S. Eustachio in Pantasia num.6. Poi con altri luoghi distrutti così in quanto al feudale, siccome in quanto al burgensatico fu posseduto dall’Illustre Famiglia Ceva Grimaldi de’ Duchi di Telese. Nella sìtuazione del Regno del 1669. tra’ Baroni, e Feudatarj di Capitanata si legge : Ill. Bartolomeo Ceva Grimaldi per la Terra di Magliano, di più per la giuridizione delle seconde cause della detta Terra di Magliano. Questi Signori la possederono fino al 1700. quando per la morte di Carlo II. avendo il Duca seguitato le parti di Carlo III. Imperadore, fatto Re di Napoli Sua Maestà Filippo V. restò questa Terra in Reggio Demanio cogli altri luoghi dello Stato di Telese, e nel 1707. ne fu reintegrato, venuto il Regno sotto Carlo III.

   9. Morto in Napoli l’anno 1709. D. Angelo Ceva Grimaldi Duca di Telese senza figliuoli, di nuovo la Regia Camera fece questa Terra di Regio Demanio, e l’Imperadore Carlo VI. e III. di questo nome Re di Napoli, la concedette in mercede a D. Rocco Stella di Medugno, suo Domestico per li servigj prestatigli nella Guerra, e con essa gli fu anche conceduto il Feudo nobile della distrutta Terra di Magliano colla Città di Telese, e Terre di Solopega, Riccignano, e Casolla, tutte come appartenenti al preaccennato Duca di Telese, morto senza successori in grado, e perciò furono devolute al Regio Fisco.

   10. Introdotta la causa in Regia Camera contro una tale concessione ad istanza di una tale Dama Ceva Grimaldi Sorella del suddetto D. Angelo, Duca di Telese , e Moglie del Prencipe di Arcadia, fu confermata la concessione de’ Feudi mentovati col titolo di Contado di S. Croce, a favore del sopraddetto D. Rocco Stella, e nell’anno 1715. de’ burgensatici di S. Croce con beni, e territorj della Chiesa di S. Vito posta nel Territorio di Maglianello coll’annuo Canone, che se ne paga per l’enfiteusi di essa di ducati dieci a favore del S. Seminario larinate in vigore della sentenza ottenuta dalla sopranominata Dama Ceva Grimaldi, Sorella del defonto Duca di Telese, e moglie del sopraddetto Prencipe di Arcadia ; siccome questo burgensatico presentemente si possiede dalla Casa del Principe d’Arcadia per le ragioni della suddetta Dama Ceva Grimaldie il Feudale fu posseduto dal mentovato D. Rocco Stella, Conte di S. Croce, e dopo la

sua morte da D. Pietro Stella suo Nipote, ed Erede sino al mese d’Aprile dell’anno 1734. quando entrato in Regno il Serenissimo Infante di Spagna D. Carlo Borbone, figliuolo di Sua Maestà Filippo V. Re delle Spagne, e coronato Re di Napoli, di nuovo la detta Terra di S. Croce cogli altri luoghi uniti alla medesima fu posta sotto il Regio Demanio, e attualmente si amministra da Domenico Antonio Lauda, Cittadino di S. Croce in nome della Regia Corte.

   11. Il Padrone del luogo distina il Governatore per l’amministrazione della giustizia, e il peculio universale si governa dagli Officiali dell’Università, chesi eleggono in pubblico parlamento ogn’anno, i quali tengono anche la cura dell’Annona.

Della Chiesa di S. Croce.

   12. Di questa Chiesa si fa menzione ne’ documenti di sopra accennati al n.2. Ella è posta nel luogo detto Piazza maggiore di questa Terra, ma picciola  e angusta. In essa si esercitava il Rito Greco, come sopra, si mantiene a spese dell’Università. L’Altar Maggiore tiene il titolo di S. Croce. Oltre di esso ve ne sono due altri, cioè uno sotto il titolo di S. Rocco, e l’altro sta dedicato al Santissimo Sagramento, e tanto l’uno, che l’altro tiene un monte frumentario per li suoi Cittadini, quali si amministrano per il proprio Procuratore, che si destina dalla Corte Vescovile. Vi sono due Statue, una della B. Vergine del Santissimo Rosario, posta dentro un armario di legno, assai ben fatto, e ha molte oblazioni de’ suoi divoti di argento, e di oro, che si conservano dal proprio Procuratore. L’altra Statua è di Sant’Antonio di Padova, che sta riposta in un altro armario, avendo ancora molte oblazioni, che si chiamano Voti, le quali si conservano dal Procuratore preaccennato.

Della nuova Chiesa Matrice sotto il Titolo di 
S. Antonio di Padova. 

   13. Questa Chiesa, che sta posta dentro l’abitato sopra la descritta altra Chiesa di S. Croce, fu edificata nel principio del Secolo passato, e poi nell’anno 1632. cresciuto il numero de’ Latini a’ prieghi di D. Barrolomeo Cova Grimaldi, Duca di Telese, possessore di questa Terra, fu eretta in Parrocchiale per uso di essi da Monsignor Persio Caracci colla riserva del Juspadronato a favore del Fondatore, e Dotatore con alcuni patti, e condizioni, come dal suo strumento sopra di ciò stipolato li 5. Decembre dello stesso anno 1632. per mano di Notajo Pietro Antonio di Aversa in Napoli nella Curia di Notar Giulio Selinella.

   14. Estinto il Rito Greco, e con esso l’Arcipretato di S. Croce, fu da Noi questa Chiesa di S. Antonio da Rettorale sublimata in Arcipretale con alcuni patti, e convenzioni tra Noi, e il Rettore da una parte, e l’Università dall’altra, come dal tenore di esso formato li 27. Ottobre dell’anno 1727. per mano di Francesco de Joannellis, Regio Notajo di Pietracatella, abitante in Montorio, Diocesi di Larino, e il tutto apparisce dalla Bolla di fondazione da Noi successivamente distesa, e se ne fa parola nel nostro Sinodo in stampa part.5. cap.10. n.2. p.128. e cosi pure fu fatta altra convenzione coll’Università intorno alle decime del Territorio del puro ristretto di S. Croce, come il tutto dalle medesime carte, che si conservano nell’Archivio Vescovile.

   15. Questa Chiesa, che era assai angusta a proporzione degli Abitatori, e rovinosa a cagione del flagello de’ tremuoti, che fecero molto danno in Puglia, specialmente nella Città di Foggia, che ne restò poco meno che distrutta, benché poi meglio riformata, procurassimo ristaurarsi, e ampliarsi, come in fatti datosi principio alla medesima nel mese di Novembre 1732. si è già totalmente perfezionatae quella, che prima era a tre navi di palmi settanta di lunghezza, e quaranta in larghezza, ora è di una nave lunga palmi cento quattro, larga quaranta, di ordineToscano, e abbellita con stucchi.

16. L’Altar Maggiore posto in prospettiva dell’ingresso della Chiesa sopra un maestoso Presbiterio sta dedicato al Santissimo Sagramento, e si governa per il Procuratore, o sia Quartolano della Chiesa, che si elegge dall’Ordinario. Gli altri Altari minori della Chiesa antica, sono distribuiti in questa nuova in tante Cappelle, e sono. Uno sotto il titolo di S. Maria della Pietà, il quale si provede del necessario da Michele di Luca, e da’ Figli di Berardino de Tata per loro divozione : altro sta dedicato a S. Antonio di Padova, Titolare di essa Chiesa, e vi è la sua Statua di legno, che si porta in processione il giorno di detto Santo: altro è quello della Madonna del Carmine, quale si amministra dal proprio Procuratore, che si conferma dall’Ordinario.Tiene un Monte frumentario, ed è stato eretto, e dotato dalla Casa, Ceva Grimaldi de’ Duchi di Telese, già Padroni di essa Terra. Vi è l’Altare coll’invocazione dell’Assunzione di Maria V. il quale si mantiene a spese dell’Università. E riferiscono, che il Quadro di questo Altare sia stato trasportato dalla Terra, distrutta di Magliano l’anno 1609. sotto il cui titolo era eretta la Chiesa Parrocchiale di essa Terra, e questa volgarmente si dice S. Maria di Magliano. Altro Altare è del Santissimo Rosario, e in esso vi è eretta una Confraternita sotto il medesimo titolo coll’uso de’ Sacchi di color bianco, e si amministra dal proprio Procuratore, confermato dall’Ordinario, quale Altare tiene anche un Monte frumentario per uso de’ Cittadini. L’Altare di S.Maria delle Grazie, che si riferisce di jufpadronato della Famiglia de Cocco, dalla quale si mantiene.

17. Si venerano in questa Chiesa molte Sagre Reliquie, distribuite in tre Reliquiarj di legno indorato con loro autentiche, e sono. Uno fatto a modo di Sfera con cristallo avanti, e in esso sono delle Ceneri di S. Antonio di Padova, degli Ossi di S. Lorenzo M., degli Ossì di S. Stefano Protom., di S. Rocco Confess e di S. Pasquale Baylon. Il secondo è a modo di Piramide co’ suoi cristalli da ogni parte, dove sono del Legno della Santissima Croce, posto in una Croce pendente di cristallo, degli Ossi de’ Santi Crescenzia M., Giacomo Ap., Attanafio M,. Crata M., Palerio Vescovo, Telesino, Equizio, e Compagni, Filippo Ap., Fulgenzio M. B., Giovanni Éremita, e Urbano M. Nel terzo pure a modo di Piramide, tutto di vetri uniti vi stanno degli Ossi di S.Pardo Vescovo e Confess. T. Protettore principale della Città, e Diocesi di Larino, de’ SS. Maria Maddalena, Benedetta V. e M. Simplicio M., Agapito M, Filippo M., Giuliano M. Raimodo, Savino Vesc. e M. e Paulina M., Oltre a’ suddetti tre Reliquiarj vi è una Cassetta sigillata con cera di Spagna, dove sono degli Ossi de’ SS. Bonifacio M., Amato M., Giusto M., Generosa M., Fausta M. e Gioconda M.

18. Questa Chiesa è proveduta di tutto quanto possa essere bisognevole per l’esercizio della cura delle Anime, e per officiarsi in tutte le altre funzioni Ecclesiastiche, che si esercitano dal proprio Arciprete, e da buon numero di Ecclesiastici, che servono l’Arciprete nel suo ministero.

Delle Fette particolari, che si osservano in questa Terra.

   19. In questa Terra religiosamente si celebra la Festa di San Giacomo Apostolo a’ 25. di Luglio, come di Padrone con rito doppio di prima classe coll’ottava. Si celebra anche di precetto, e con pompa la Festa di S. Antonio di Padova a’ 13. di Giugno, come Padrone principale, e Titolare della nuova Chiesa Matrice. Di divozione poi si celebra la Festa di S. Rocco a’ 16. Agosto, come in altre Terre di questa Diocesi, a cagione di averlo Protettore appresso Iddio per qualche contaggio. Finalmente si celebrano di precetto le due Festività della S. Croce, tanto de’ 3. di Maggio per l’Invenzione, quanto de’ 14. di Settembre per l’Esaltazione, e questo come titolo della prima Chiesa Matrice.

Della Chiesa dì S. Giacomo Apostolo.

   20. Siccome dentro la Terra non vi sono altre, che le sopra descritte due sole Chiese, così fuori di essa non se ne vede, che una, la quale essendo molto antica, e deforme sotto il titolo di San Giacomo Apostolo, Padrone della medesima, posta per la strada, che conduce alla Badìa, e feudo di S.Elena, l’Università ha principiato a fabbricarne un altra sotto lo stesso titolo, non molto distante dalla prima di miglior fattezza, e modello, ed è stato ordinato, che nel luogo della Chiesa vecchia di S. Giacomo sia formato un Cimiterio, e l’uno, e l’altra si ritrova in buon stato.

Luoghi distrutti nelle vicinanze di Santa Croce. 
 
Del Piano della Cantara. 

   21. ERA posto verso Melanico, distante mille cinquecento passi in circa. Oggi si vede affatto distrutto, e ridotto al suolo, e mutato in coltura. Vi sono alcuni vestigj delle sue fabbriche, in particolare di Acquedotto dal Fonte, detto della Quercia, fino allo stesso luogo, che ancora serve per uso di quei Coloni. Di questo non abbiamo memoria nelle nostre Scritture , che sono rimaste, se fusse Terra, o Castello, o Casale ; onde è, che non possiamo dire cosa stabile, e certa né del suo principio, né del suo fine.

Dì Cola Crivello.

   22. Questo luogo con nome corrotto si dice Cola Crivello, e propriamente si deve chiamare Colle Crivello, come si legge in alcune Scritture, che parlano di esso come di un confine. È posto dalla parte Settentrionale della Terra di Santa Croce verso quella di Loritello, distante tre miglia in circa. A noi è affatto ignoto, se questo luogo fusse stato abitato, non ritrovandosene memoria nelle nostre Scritture: Si vedono però alcune vestigia di abitazioni, in particolare di un Molino dall’acqua, che prende dal Fiume Tona nel luogo, appellato il passo della Taverna, dove il Barone di S.Croce ha incominciato la fabbrica di un nuovo Molino.

Di Cola Consume.

   23. Similmente Cola Consume Ã¨ un nome corrotto, e il vero nome deve essere Colle Consume, siccome si legge nelle suddette Scritture, specialmente nella Bolla di Stefano Vescovo di Larino, che si riporta distesa appresso. Era situato verso il detto Fiume Tona, dal quale è distante cento passi, e due miglia, e mezzo in circa da questa Terra di S. Croce. Si vedono alcuni segni di fabbriche delle antiche abitazioni, in particolare de’ fondamenti, con un fonte di acqua abbondante. Di esso non abbiamo altro, che la fama de’ Paesani, onde non possiamo dirne cosa in particolare.

Della Terra di Maglianello.

   24. Era posta verso il Fiume Tona, distante dal medesimo duecento passi in circa, e da S. Croce due miglia. Niente sappiamo della sua origine. Si fa ricordo di essa nel Catalogo de’ Feudatarj di Capitanata, dato in stampa dal più volte lodato Carlo Borello pag.151. Dominus Henricus Cena tenet Malianellum, quod est medium Feudum  ; e nelle più volte riferite Bolle di Lucio III. e d’Innoc. IV. nelle quali si nota tra i luoghi della Diocesi Larinese, e tra le Arcipretali ancora al presente si numera, e in occasione della celebrazione de’ Sinodi si chiama Archipresbyter Malleanelli, Supponiamo distrutto detto luogo dalle sciagure, alle quali sono stati soggetti altri luoghi, più volte tra queste nostrre Memorie accennate.

   25. Stimiamo intanto non trascurare la memoria di alcune Chiese, cioè di S. Bartolomeo Apostolo, e l’altra sotto il titolo di S. Vito di sopra mentovate, le quali da’ Vescovi Predecessori, cioè da Pietro furono concedute, e poi confermate da Roberto, e da Stefano a Paolo Abate del Monistero di Casamare con riserva di molti dritti a favore della Chiesa di Larino sopra di dette Chiese, e loro Territorj, come da detta Bolla di Stefano Vescovo Larinate, che si conserva in originale nell’Archivio di Larino in carta pergamena, la di cui copia si legge negli atti della nostra Visita ottava del 1734. pag. 216. tom.1. e noi stimiamo qui trascriverla.

   26. Stephanus Dei Gratta Larinensis Ecclesia Episcopus, licet immeritus, uni cum consensu, & voluntate hujus nostri Capituli Paolo Monasterii Casamarii Abbatis, ejusque fratribus tam presentibus, quam futuris professis in perpetuum, salutem. Inreligiose, & inhoneste viventibus non solum manus auxilii denegandum, verum etiam sacris edocumentis est resistendum, atque pro viribus obviandum. Sicut sancte, pieque viventibus, & religiosam vitam ducentibus pietatis, & devotionis . . . . . . . omnibus est subveniendum. Et eìs ne aliqua necessitate cogente, quod absit . . . . . manum auxilii, & consilii . . . . . . . succurrendum. Docente Scriptura, si videris fratrem tuum necessìtatem patientem & c. Ea propter bon. mem. Petri, & Roberti praedecessorum nostrorum pia vestigia imitantes nostra bona voluntate, ac stabili firmitate coram Testibus subnotatis concedimus, & in perpetuum confirmamus vobis Dompno Paulo Abbati Monasterii Casemarii Venerabili in Christo Fratri, vestrisque Successoribus in eodem Monasterio canonice substituendis Ecclesiam S. Bartholomaei, & Ecclesiam S. Viti in Territorio Malianelli sìtas cum omnibus earum pertinentiis, quae hiis finibus continentur. A primo latere incipientes a parte Orientis earumdem pertinentiarum possessio ubi dista . . . . tur primus finis inter hanc possessionem, & Terram S. Joannis fontis ramingie Incipiens a . . . . . . & vallone cupo in loco, qui dicitur Collis Consumi tendit ascendendo per ipsum Vallonem in ipsum pratum, & ab ipfo Prato vadit per lapides intitulatos usque in verraginem, & per ipsum Verraginem saliendo venit ad aroam Veterem ad viam Lorotelli redeundo ubi intitulatì lapides sunt infixi, &per limitem saliendo ascendit in montem . . . . . . . Vetus strata, & per ipfam stratam pergit ascendendo usque prope Semitam quae venit ab Ecclesia, S. Crucis ad Ecclesiam S. Viti. In qua semita veniens intitulati lapides discernuntur veniens ad limites . . . . . . . . pergens vero per eumdem limitem per fixuras pervenit usque ad caput Terre Roberti Johanne Sclavi, deinde per lapides intitulatos eundo venit super montem Marinum, & per lapides intitulatos descendens . . . . . . . . .  lapides sunt infixi. A cujus latere descendit per fictoras eundo . . . . . . . . . ad quandam reconam tanquam gaydam titulis determinatam, & ab eadem per titulos determinatos pervenit ad Verr . . . . . . . . . Vallonem . . . . . . .  & per ipsum Vallonem . . . . . .  Septemtrionali vadit per Verraginem descendendo usque ad Tonam, & ab eo loco per flumen tane pergens descendit distinguendo Terram S. Viti, & Terram usque ad Vallonem Cupum Collis Consumi, ubi est primus finis. Quae etiam in praesentiarum . . . . . . . . . . , & canonice possident, vel in futurum largitione fidelium acquirere poterunt. Sane nostra, nostrorumque successorum contraditione vel molestia. Liceatque vobis de utraque Ecclesiam unam facere. Consacratio cujus soli Larinensi Episcopo . . . . . . . . . . contra paginale praesentis tenorem ausu temerario venire temptaverit vel novas exactiones ejusdem Ecclesiae imponere voluerit, tunc liceat vobis vestrisque successoribus alium Episcopum convocare, & Ecclesiam, vel Altaria ab eodem, & per eundem consecrare. Nisi praefatus Episcopus conversus suum duxerit errorem corrigere. Et ne in posterum aliqua inter Episcopum, & Capitulum Larinen, & vos, vestrosque successores orir i, quod absit, controversia possit. Illam, vel illas Ecclesias censuales Larinensi Episcopo constituimus. Videlicet in festivitate S. Pardi duas libras cere annuatim persolvant. Quartam mortuariorum, & oblationum, quae ibidem Christifideles Larinen. Parochie contulerint nisi a conferente pro eadem. Quarta exigendo fuerit Episcopo Larin. provisum similiter exolvat. Si autem decedens malignari voluerit quantum de jure quarte desumpserit tantum qui pro tempore jam dictas Ecclesias per vos, vel per successores vestros gubernaverit exolvat. Si autem Larinen. Episcopus, vel ejus Nuncii, sive Canonici praefati Episcopii inde casu transitum habuerint necessaria hospitii juxta loci ordinem sìbi non derogentur omni exactione, vel gravamine sublato. Nec illud permittendum est unde maxime solent inter Episcopos, & Monasteria. exoriri controversiae ne aliquem Clericum extraneum ad divina celebranda recipiant nisi prius Larinen. Episcopo ne malus existat ostensus fuerit. Vel forte habitum Religionis phèmpre recipere voluerit. Neque liceat praefatis Ecclesiis divina celebrantibus sponsalia benedicere, nisi majoris Ecclesìae Larinen. Dioeces. licentia fuerit impetrata. Nec sacros fontes exigere, neque Decimas Larin. Ecclesiae Parochianorum recipere nisi tantum de praediis vobis legitime assignatìs, quae vulgari modo terraticum vocatur. Et quibuscunque Larin. Ecclesiae janue clauduntur, Nihilominus Supradictarum Ecclesiarum janue claudantur, nisi ut jam dictum est Religionis habitum assumere voluerit. Nec etiam liceat nobis, vel successoribus nostris in prephatis Ecclesiis aut ìbidem servientibus Divina interdicere, nisi censum, vel Quartam sicut supra constitutum est contumaciter retinuerit. His, qui tunc praedictis Ecclesiis praefuerit sub vestra vel vestrorum successorum gubernatione : Statuentes ut nulli unquam hominum liceat contra, hanc nostrae concessionis vel institutionis paginulam venire. Quod si ausit temerario, contra eam venire, infringere, vel perturbare temptaverit, anathema, Maranathe super eum inducimus. Et cum Juda proditore eternis incendiis associamus. Conservantibus autem pacem, &” quietem eis providentibus sit pax Domini Noslri Jesu Christi in perpetuum. Quod superius diximus de Quarta oblationum, & mortuariorum de mobilibus tantum intelligimus, de immobilibus nihil petere debeamus, ad cujus e oncessionis, & confirmatìonis memoriam, & cautelam duo similia instrumenta per manus Matthaei Larinen. Canonici nostri Notarii fieri fecimus, unum quorum est apnd Ecclesiam Monasterii Casemarii, alterum vero penes Larin. Ecclesiam retinemus. Scriptum a me Mutthaeo Larin. Canonico de mandato ejusdem Episcopi anno Dominicae Incarnationis MCCXL. tertie decime Indictionis feliciter.

   27. Ma non Sappiamo, se questa concessione abbia avuto il suo effetto, e possiamo supporre di non averlo avuto: imperciocché nella Storia di questa Badia di Casamare, che fu de’ Cisterciensi, data alle stampe con idioma Latino da Filippo Rondinini in Roma l’anno 1707. e in tempo, che ancora si riteneva in Commenda dalla f. m. di Clemente XI. ottenuta prima della sua gloriosa esitazione al Pontificato, non vediamo, che si faccia memoria veruna di queste nostre Chiese di S. Bartolomeo, e di S. Vito nel Rolo delle Chiese soggette al suddetto Monistero ; e si conferma questo nostro sentimento, perché da tempo del quale non si ha memoria in contrario le suddette Chiese, e loro beni si leggono uniti al S. Seminario Larinese, leggendosi tra gli altri monumenti nel Sinodo celebrato l’anno 1649. sotto il Vescoyo Persio CaracciArchipresbyter S. Viti in pertinentiis Malleani, vacat. Comparuit Perceptor S. Seminarii pro unione antiquitus facta, & percipit Domino Barone S. Crucis, qui  possidet Feudum quolibet anno in Mense Junii ducatos decem, & Respondit, adsum, conforme attualmente si pagano li ducati dieci suddetti dal Possessore di S. Croce al Seminario ; seppure non volessimo dire, che poi da’ P.P. Citterciensi sia stato abbandonato questo luogo coll’occasione, che il Monastero di Casamare fu dato in Commenda da Martino V. al Card. Prospero Colonna, suo Nipote, e che successivamente i Vescovi Larinati abbino unito al Seminario di Larino le dette Chiese, e loro beni, e dato questo in enfiteusi al Possessore di S. Croce.

Di Magliano.

   28. Di questa Terra, o Castello non si fa menzione nella sentenza del Card. Lombardo, e molto meno nelle Bolle di Lucio III. e d’Innocenzo IV. e niente sappiamo della sua origine, e se sia stata prima, o dopo, e supponiamo, che colla distruzione di Maglianello sia risorto Magliano posto vicino, e quasi accosto a Maglianello. Maglianello però si stima distrutto prima, e Magliano più tardi, e forsi col gran tremuoto del 1456. di cui si è parlato più volte, ma tanto fu abitato, e poi lasciato in abbandono, nel 1609. in circa, quando furono trasportati dalla sua Arcipretale i Sagramenti, e Sagramentali nella Terra di S.Croce, ridotta la Chiesa Arcipretale in Beneficio semplice, furono uniti i suoi beni al Sagro Seminario di Larino con Bolla di Monsignor Caracci del 1653. e negli Atti del Sinodo celebrato dal medesimo l’anno 1655. tra le chiamate si legge : Archipresbyter Terra Magliani destructae Beneficium simplex unitum S. Scminario 1653. R. pro Seminario R. D. Deodatus Canonicus Trencia Perceptor. Ancora si vedono alcuni insigni vestigj posti sopra un colle di buon’aria, e una Torre, che si ritrova in buon essere, e quella volgarmente si appella il Castello, e Torre di Magliano, che confina col Territorio di Montelongo, distante dal Fiume Tona circa duecento passi, e da S. Croce un miglio, e mezzo.

Di Civitella.

   29. Questo luogo è posto nelle medesime contrade tra il Fiume Tona, e S. Croce, distante un miglio dall’uno, e dall’altra. Egli è diverso da Civitella, che abbiamo nel Territorio di Larino. Di esso si fa menzione nel Catalogo de’ Baroni sotto Guglielmo il Buono, stampato dal Borello pag.151. ove si legge: Dominus Gervafìus, fìlius Maynerii tenet Civitellam, & Montem longum, quod est Feudum unius Militis. Così pure se ne fa menzione nelle Bolle di Lucio III. e d’Innoc. IV. e nel Diploma di Adenulfo, e di altri de Stipite dell’ anno 1266. a favore del Monistero, e Prepositura di S.Eustachio, che si legge nel cap.10. §.2. num.6. di questo lib.4. e la sua distruzione si stima antica, e forsi da quattro Secoli, non avendosene memoria, neppure nel Registo delle Chiese Arcipretali, e appena si vedono vestigj delle sue fabbriche.

Bonefro Cb Molise

IL PAESE Bonefro è situato a 631 mslm e conta attualmente 2.200 abitanti.La sua origine risale al periodo Longobardo. Sullo sperone roccioso del colle che da’ sul “Vallone varco” furono costruiti il Castello, la Chiesa Madre e le case più antiche che formano la “Terra Vecchia”. L’abitato si estendeva verso l’esterno attraverso le porte “Porta Fontana”, “Molino” e “Piè la Terra”. Nel corso dei secoli il paese si sviluppò nei luoghi detti “Il Piano”, “Il Monte” e “Le Lame”. Nel 1700 la parte vecchia e la parte nuova del paese furono unite dalla “Piazza” ricavata nell’area del piano. Con la costruzione del Monastero nel 1716, Bonefro raggiunge la sua struttura base definitiva. LE CHIESE CHIESA DI SANTA MARIA DELLE ROSE Forse di origine romanica, ha subito nel corso del tempo numerose modificazioni che ne hanno alterato l’aspetto originario. La chiesa dedicata a S. Maria delle Rose è la chiesa madre o parrocchiale del comune di Bonefro ed è situata nel centro storico, nelle immediate vicinanze del Castello. Anticamente tra i due edifici esisteva un passaggio coperto, poi fatto demolire alla fine XIX secolo. La prima breve descrizione della fabbrica è contenuta in un documento nel 1614. Ha subito, fino ai nostri giorni, numerosi rifacimenti che ne hanno mascherato il disegno originario. La facciata dellachiesa rivolta verso il Vallone Varco evidenzia chiaramente le caratteristiche dello stile romanico conil peso eil volume delle strutture e la mole del campanile.La sua pianta quadrata si sviluppa nella navata centrale lunga 22 e larga 8 metri e in quelle laterali lunghe 17e larghe 7 metri. Nel corso del XVIII secolo la chiesa all’interno ha subito le maggiori modificheche le hanno conferito un aspetto barocco. Anche l’altare maggiorerisale alla seconda metà del Settecento.. Un restauro del 1853 portò, tra l’altro, alla ricostruzione dell’intera facciata. All’interno presenta un organo, in stile barocco costruito in legno dal beneventano Michele Bucci. La statua di S. Maria delle Grazie, anch’essa in legno, risale al 1745. CHIESA DI SAN NICOLA Non si conosce l’epoca esatta della fondazione della chiesa di San Nicola o cappella di San Nicolò, patrono di Bonefro: il primo documento che ne descrive l’esistenza risale al 1614. La fabbrica fu edificata fuori dalle mura del paese a navata unica, come chiesa di campagna. Fu ampliata successivamente nel 1678 con l’aggiunta di due navate laterali. Gli altari nel 1689 erano quattro: Altare di San Nicolò, Altare di san Rocco, Altare di S. Antonio, Altare di S.Giovanni e Paolo. Nel Settecento, a causa del cattivo stato di conservazione, fu abbattuta e ricostruita. Interventidi ristrutturazione successivi ne hanno modificato notevolmente l’aspetto originario. Nel 1893 sulla facciata fu inserita una meridiana. Attualmente la Cappella presenta quattro altari: Altare Maggiore, Altare della Madonna del Carmine, Altare della Madonna della Libera, Altare della Madonna di Lourdes (in legno). IL CASTELLO Laprimacostruzione del Castello o Palazzo baronale situato a Bonefro, amargine del primonucleo edificato, presumibilmente risale al periodo longobardo. L’attuale Castello fu probabilmente riedificato e ampliato, sopra il precedente edificio, dal periodo normanno a quello aragonese. Le ultime trasformazioni planimetriche, risalgono quasi sicuramente al 1400, quando l’edificio ha assunto la configurazione attuale corrispondente alloschema aragonese diffuso in tutto il Mezzogiorno. Attualmente il Castello presenta tre torri, in parte cilindriche e in parte a scarpata e un quarta torre completamente cilindrica e di dimensioni più ridotte,in prossimità dell’ingresso principale alla chiesa di S. Maria delle Rose. Un disegno a colori e una fotografia del XIX secolo riportano una quinta torre, crollata nel 1888, a forma ottagonale e staccata dal resto del Castello, formalmente analoga alle torri di Castel del Monte ad Andria e perciò verosimilmente risalente al periodo svevo. Durante il periodo feudale il Castello ospitava anche le carceri eagli inizi del 1800 la guardia civica. Il Castello oggi utilizzato come abitazione privata, fino al 1910 è stato posseduto da un unico proprietario, alla fine è stato frazionato e venduto a privati cittadini. La sua struttura risulta difficilmente percepibile per chi visita il centro cittadino, in quanto le alterazioni architettoniche subite lo hanno reso perfettamente omogeneo alle strutture edilizie del contesto. IL CONVENTO DI S. MARIA DELLE GRAZIE Originariamente il Convento di Bonefro era situato nel piano della fontana ed aveva il titolo di S. Maria delle Grazie. La primitiva fondazione si può far risalire al XVI secolo: essa era ubicata tra la Fontana della Terra e la Fontana dei Ciechi e andò in rovina nel 1702. I nuovi edifici furono ricostruiti utilizzando i materiali di quello precedente, nella posizione urbana che ancora oggi occupano, alla sommità di una collina che domina tutto il vecchio centro abitato. I lavori furono terminati nel 1716. Nel 1736, nel giardino che si trova in mezzo al chiostro fu costruita una cisterna. Successivamente fu edificato anche il campanile. Incorporata al Convento era la Chiesa di S. Francesco. La vita monacale cessò nel 1809, successivamente l’edificio divenne di proprietà comunale e fu adibito a diversi scopi, tra cui caserma militare, carcere civile, scuola pubblica, attualmente a Museo Etnografico, il piano superiore a ostello, e per l’allestimento delle mostre. L’annessa chiesa di San Francesco, invece, è stata interessata da un intervento di consolidamento da parte della Soprintendenza BBAASS del Molise nel 1989. IL MUSEO ETNOGRAFICO Il museo inagurato ufficialmente nell’agosto del 1991 per l’iniziativa di uno storico locale, il prof. Michele Colabella che, usufruendo anche dell’aiuto di un progetto del Comune ha provveduto a reperire, schedare e sistemare i pezzi nelle sale messe a disposizione dal Comune. Attualmente custodisce olte 2000 pezzi, collocati nel Convento di S. Maria delle Grazie di recente ristrutturazione, in quanto il complesso presenta allo stato attuale una distribuzione interna che ben si presta come sede definitiva per l’istituzione museale e, dato il gran numero di sale disponibili, ad un vero e proprio centro polifunzionale. Il ricco materiale viene apprezzato per la sua completezza, in quanto spazia sull’intero ciclo della vita umana e su tutte le tipiche attività lavorative locali. I PALAZZI Il Comune di Bonefro sono presenti alcuni esempi di palazzi signorili tra i quali meritano di essere citati il Palazzo Miozzi ed il Palazzo Maucieri. Il Palazzo – nella foto – della famiglia Mozzi, situato in largo Convento, era di proprietà dell’Arciprete Don Teodoro Tata; i nuovi proprietari lo rimodernarono ed ampliarono con l’ala che dà su via di Dio. La parte di proprietà del Generale Francesco Sacco è stata donata al Comune di Bonefro e i suoi locali sono stati utilizzati, successivamente, come scuola, Municipio, Pretura. Il Palazzo Maucieri, costruito tra il 1927 ed il 1929 da Giovan Battista Maucieri, doveva essere adibito ad ospedale, ma successivamente fu trasformato in asilo. E’ caratteristico per la sua architettura composta ed ordinata e per la tipologia tipica del piccolo palazzo. LE PORTE Nella parte antica del paese, denominata Terravecchia, sono conservata quattro porte inserite nelle mura di cinta, vestigia del periodo feudale: Porta Molino, Porta Piè la Terra, Porta Fontana e Porta Nuova. Le prime tre sono molto antiche, mentre Porta Nuova fu costruitaquando l’abitato si estese verso le campagne del Borgo. Tutte le porte sono state oggetto di interventi che le hanno rese poco riconoscibili all’interno della cortina edilizia in cui sono inserite. Innanzi la Porta Molino, verso l’interno dell’abitato, secondo la tradizione orale, si trova la Piazza del Paese. Porta Piè la Terra Porta Molino Porta Nuova Porta Fontana LE FONTANE LA FONTANA DELLA TERRA La fontana, costruita nel 1771 con il contributo della popolazione, è sempre stata uno dei monumenti più significativi del paese e ne costituisce tuttora l’emblema. E’ realizzata in pietra da taglio ed è composta da sei fornici ad archi lobati con interposte evidenti paraste alla cui sommità c’è una marcata trabeazione. Al di sopra di quest’ultima c’è un magnifico frontone sormontato da fregi e pinnacoli di rimarchevole fattura. La fontana della Terra è anche detta della Salute. Fu restaurata nel 1816. LA FONTANA DEI CIECHI Una delle altre fontane che merita di essere citata è la Fontana dei Ciechi, posta lungo una delle vie principali di accesso al paese. Edificata nel corso XIX secolo, è costituita da un blocco unico segnato in maniera rimarchevole da quattro paraste che sorreggono una trabeazione alla cui sommità ci sono dei fregi e dei pinnacoli decorativi. Lateralmente sono presenti due abbeveratoi in pietra costruiti in momenti diversi. LE ALTRE FONTANE A Bonefro le antichesorgenti e fontane si sono sempre configurate come importanti punti di riferimento territoriale: esse sono dislocate in vari punti del centro urbano e dell’agro poiché costituivano tappe fondamentali di antichi percorsi della civiltà contadina, in particolare quelle situate lungo le strade extraurbane, in prossimitàdi ogni ingresso al paese rappresentavano l’ultimo punto per l’approvigionamento idrico di uomini ed animali prima del rientro dalla campagna; la presenza di alcune di essealle porte del nucleo abitato, denota una logica insediativa perfettamente riconoscibile che favoriva il sorgere degli insediamenti in prossimità delle sorgenti. La fontana del Ciciliano – nella foto – risale al 1816.

Montorio Nei Frentani Cb Molise

l comune è di origini antichissime. In tutto l’agro si ritrovano resti d’epoca preistorica (4000 a. C.) e storica. Sepolcri, rottami di fabbrica, fondamenta, pezzi di mosaico, monete, lucerne, statuette ed altro materiale sono stati rinvenuti sia sul luogo dove attualmente sorge il paese, sia in altre località del suo agro: S.Michele, Grotte, Castellano, Piana, Fonte Sambuco, Pezze del Comune, Noce Pagliuca.

L’etimologia del toponimo è controversa. In alcuni documenti dei secoli XI e XII si può trovare sia il nome “Mons Aureus” che “Mons Taurus”. “Mons Aureus” potrebbe derivare dal colore dorato delle sue terre, mentre “taurus” è legato al significato di altitudine. Da uno di questi due nomi venne fuori “Montorius”, mentre l’appellativo “nei Frentani” fu di seguito aggiunto con un Regio Decreto del 1864 per distinguerlo da altri comuni situati al di fuori del territorio regionale questa scoperta porta la data del 1969.

Fonti storiche accertano che durante la seconda guerra Punica il territorio di Montorio fu teatro di scontri tra Annibale e Fabio Massimo. Successivamente con il crollo dell’Impero romano le popolazioni per sottrarsi alle invasioni barbariche, si raggrupparono nello stesso territorio, dove poi nacque il paese attuale. Qui furono costruite le prime abitazioni, intorno al castello e alla chiesa già esistenti, che facevano parte del sistema di difesa studiato da Vito Avalerio e dai De Molisio, entrambi conti normanni, come appare nel Catalogo borrelliano intorno al secolo XII. Montorio così entrò a far parte della Contea di Molise e fu feudo dei De Molisio fino al secolo XIII.
Nel periodo longobardo Montorio fece parte della Ducato di Benevento, appartenendo alla contea di Larino, mentre nel periodo normanno fu compresa nella contea di Loritello (Rotello). In epoca rinascimentale fu conquistato, nell’ottobre 1462, dal re Ferrante d’Aragona, al tempo della lotta dinastica conto Giovanni d’Angiò: è di quel periodo l’insediamento nel Borgo di un gruppo di profughi greco-albanesi scampati alle stragi ottomane. Così pure, è da ricordare la rivolta popolare contro i soprusi del feudatario di metà sec. XVI detta del muro rotto. Di quest’epoca sono le chiese della SS. Annunziata, di Santa Caterina d’Alessandria e dei SS. Marco e Lazzaro.

Nel corso del tempo il paese fu posto sotto il controllo di diverse famiglie sino all’eversione della feudalità. Montorio appartenne a vari feudatari. I primi feudatari furono, verso la fine del 1100, Vito Avalerio ed Enrico Cena. Seguirono, attraverso i secoli: de Molisio (inizi 1200-primi anni del 1300); Gambatesa-Monforte (inizi 1300 fine 1400); de Capua (1500); Castelletti (1600), Mastrogiudice (fine 1600 metà 1700), Ceva-Grimaldi (metà 1700 fine 1800). Il XVII secolo fu un periodo di depressione a causa anche della pestilenza del 1656 e del terremoto del 1688 che ridussero il paese in misere condizioni; solo agli inizi del ‘700, grazie alla feudataria Sinforosa Ceva- Grimaldi, il paese riuscì risollevarsi dalla crisi.

Cazzarieglie con funghi salsiccia e piselli e panna primi piatti pasta fresca 🇮🇹

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Ingredienti

 6 porzioni

  1. 160 g piselli
  2. 100 g funghi
  3. 2 cipollotti freschi piccoli
  4. 1 salsiccia
  5. 2 cucchiaio panna
  6. QB Sale e olio

Mettere in una padella antiaderente un filo d’olio extravergine d’oliva con il cipollotto e fate soffriggere per un minuto.

Aggiungere piselli e funghi con un tazzina da caffè di acqua e cuoci per 10 Min.Prima di Aggiungere la salsiccia toglie un po’ di funghi e piselli e mettere da parte.

Mentre la salsiccia cuoce insieme al resto prendete i piselli e funghi messi da parte e frullateli con un cucchiaino di acqua di cottura della pasta.

Mentre la pasta cuoce,Mettete tutto insieme nella padella e Aggiungere un cucchiaio di panna.

Scolate la pasta nella padella e condire se risulta asciutto aggiungere un cucchiaio di acqua di cottura della pasta.

Cazzarieglie fagioli e cotiche primi piatti pasta fresca 🇮🇹

Ingredienti e preparazione

 6 porzioni

  1. 500 g di cazzarieglie fresche
  2. 2 scatole di fagioli borlotti
  3. 500 g circa di cotiche
  4. 2 patate
  5. odori (sedano, carota, cipolla, aglio)
  6. 6 cucchiai pomodoro (passata o polpa)
  7. q.b sale
  8. q.b peperoncino
  9. q.b olio evo
  10. Cocce di formaggio (Reggiano o Grana)

Per prima cosa vanno lessate le cotiche semplicemente in acqua, ci vorrà circa un’oretta in base allo spessore della cotica stessa, quando riuscirete ad infilzare la forchetta nella cotica, è pronta. Cotte le cotiche, tagliate a pezzi più o meno grandi, è una vostra scelta e tenete da parte.

Questa è un’operazione che potete tranquillamente compiere il giorno prima.

Preparare un soffritto con gli odori, io uso un trito che prepara mia madre, ma potete tagliare a pezzetti più o meno grandi tutti gli odori che preferite, e fate rosolare con olio evo. Dopo poco aggiungere la patata tagliata a tocchetti non troppo grandi, unire il pomodoro, il peperoncino e continuare a far cuocere, aggiungendo un bicchiere di acqua.

A questo punto unire le cotiche tagliate in precedenza e i fagioli compresa l’acqua di cottura presente nella scatola, aggiungere un’altra pochina di acqua quasi a coprire. Salare e far andare fino a che non si sarà creata una sorta di crema.
Arrivati a cottura potremmo anche mangiare il tutto così, accompagnato da qualche fetta di pane bruscato…

oppure possiamo versare la pasta, preferibilmente corta, e le cocce del formaggio. Se proprio dovesse servire aggiungere un bicchiere di acqua, io ne ho messa forse troppa ma era comunque buona. Buon appetito!

la capitale mondiale dell’uncinetto Trivento

Paese del Molise dal 2018 e conosciuto come città dell’uncinetto L’arte dell’uncinetto ha messo insieme donne di tutte le età per addobbare e abbellire la città.A Trivento e stato fatto il tappeto ad uncinetto più lungo del mondo e l’albero di Natale all’uncinetto più alto del mondo.Queste opere sono autentiche e sono esposte in Piazza Fontana.In estate vengono artisti provenienti da altri paesi invitati a realizzare oltre settanta opere di crochet per decorare il percorso che iniziava da Piazza Fontana fino a giungere in Piazza Cattedrale, nel cuore del centro storico.

Le spiagge e il mare del Molise

Spiagge sabbiose e ampie ricche di sabbia e mare chiaro cristallino.

Nel Molise ci sono delle spiagge bellissime come quella di Petacciato sette chilometri di spiaggia protetta da una vegetazione verdeggiante.

Nel lungomare di Termoli c’e la spiaggia di San’Antonio con un fondale basso e mare calmo e sabbia fina ideale per tutte le famiglie.

La costa verde di Montenero Di Bisaccia con una pineta florida e verdeggiante al confine con l’Abruzzo

Con i suoi 3 km di spiaggia Campomarino Lido e una spiaggia adatta per tutti con macchia mediterranea e una bella pineta.

Montelongo il bel paesello molisano album fotografico

Montelongo in provincia di Campobasso bel paesino tranquillo dove passare giornate serene ideale per tutte quelle famiglie che si vogliono rilassare.Il mare e vicino si può andare a Termoli che dista dal paesello circa 30 km e Campomarino.

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La piazza di Montelongo e la chiesa di San Rocco patrone del paesello.La festa in suo onore si festeggia il 16 Agosto

Crocchette di baccalà antipasti caldi

INGREDIENTI PER 4 PERSONE

Lessare 300 baccalà bagnato per 15 minuti in acqua non salata, inizialmente fredda.

Lessare 600 g di patate intere in acqua leggermente salata e inizialmente fredda, pelarle e schiacciarle.

Se il purè dovesse risultare troppo umido, farlo asciugare in una casseruola girando ininterrottamente con un mestolo.

Spellare il baccalà, spinarlo, sminuzzarlo e unirlo al purè di patate in una terrina.

Quando il composto sarà freddo, incorporare un uovo sbattuto e il trito di aglio e prezzemolo.

All’occorrenza regolare di sale e di pepe.

Formare delle palline del diametro di 4 cm con le mani inumi dite e impanarle passandole nella farina, poi nell’uovo sbattuto e nel pangrattato.

Friggere in abbondante olio di arachide bollente, porre a scolare su carta assorbente da cucina e servire subito.

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Coniglio (Cunigghiu) alla stimpirata cucina siciliana antica

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Acciughe marinate antipasti freddi 🇮🇹

INGREDIENTI PER 4 PERSONE

Sfilettare delicatamente 500 g di acciughe fresche: scartare la testa, aprire il ventre ed eliminare la lisca con le viscere.

Sciacquare i filetti sotto l’acqua e asciugarli su carta assorbente da cucina.

Spremere 2 limoni e filtrare il loro succo.

Disporre i filetti di acciuga su un vassoio con la pelle rivolta verso il basso, irrorare con il succo di limone filtrato, unire 1 spicchio d’aglio schiacciato e coprire con pellicola per alimenti, poi riporre al fresco per 2 o 3 ore.

Le acciughe sono pronte quando la loro polpa diventa bianca, anche all’interno.

Tritare 1 ciuffetto di prezzemolo.

Amalgamare il trito in una ciotola con sale, pepe e 0,5 dl d’olio.

Scolare le acciughe, disporle sui piatti e irrorarle con la salsa.

Servire accompagnando a piacere con fette di pane tostate.

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Focaccia all’olio pizze e torte salate 🇮🇹

Questa focaccia oleosa e gommosa può essere condita con una vasta gamma di ingredienti come sale marino grosso, olio d’oliva, erbe aromatiche, pomodori o olive. Gli storici tendono a credere che sia stato inventata dagli Etruschi o nell’antica Grecia, sebbene le focacce azzime siano state prodotte a lungo in tutto il Medio Oriente.

Il nome focaccia deriva dal romano panis focacius, che significa “pane del focolare”, in riferimento al fatto che la focaccia era tradizionalmente cotta alla brace in epoca romana. La ricetta base si è diffusa nel tempo in Francia e Spagna, dove il pane è conosciuto rispettivamente come fouaisse e hogaza.

L’aspetto butterato della focacia è il risultato delle rientranze fatte nell’impasto per impedire la comparsa di grandi bolle sulla sua superficie durante la cottura. Oggi, le versioni salate della focaccia sono condite con rosmarino, salvia, aglio, formaggio e cipolle, mentre le varietà dolci possono essere condite con miele, uvetta, zucchero e scorza di limone, tra gli altri.

INGREDIENTI PER 4 PERSONE

Stemperare 1 cubetto di lievito in una tazza di acqua tiepida.

Formare una fontana con 500 g di farina sulla spianatoia e versarvi il lievito sciolto.

Unire acqua tiepida quanto basta per ottenere un impasto morbido (ne occorreranno circa 2 dl in tutto),0,5 dl vino bianco secco e 2 cucchiai di olio.

Impastare vigorosamente fino a ottenere un composto elastico e liscio, poi formare una palla, metterla in una terrina unta di olio extra vergine di oliva, coprire con un panno e lasciare lievitare per 2 ore.

Modellare la pasta lievitata a forma di filoncino.

Prendere una teglia da 30×40 cm e ungerla di olio.

Stendervi l’impasto con un piccolo matterello o con i palmi delle mani fino a ricoprire tutta la superficie.

Lasciare nuovamente lievitare per 30 minuti.

Trascorso questo tempo, formare tante fossette con le dita fin quasi a raggiungere la teglia, irrorarle con 3 cucchiai d’olio mescolato a 3 cucchiai d’acqua e spolverizzare di sale grosso.

Cuocere nel forno preriscaldato a 200 °C per 30 minuti, fino a doratura.

Pollo alla cacciatora secondi piatti pollame 🇮🇹

INGREDIENTI PER 4 PERSONE

Sciacquare 1,4 KG di pollo e tagliarlo a pezzi, lasciando la pelle.

Scaldare l’olio extra vergine di oliva in una padella capiente e rosolarvi uniformemente i pezzi di pollo per circa 10 minuti.

Quando il pollo sarà ben dorato unire 1 cipolla,1 spicchio d’aglio, 2 carote e 3 coste di sedano tritati e profumare con il rametto di rosmarino spezzettato.

Salare, pepare e far soffriggere il tutto per almeno 5 minuti, poi sfumare con 1 dl di vino rosso.

Quando sarà evaporato aggiungere 400 g di pomodori pelati, incoperchiare e cuocere a fuoco medio per almeno 30 minuti, finché il pollo non sarà morbido e ben cotto.

All’occorrenza bagnare di tanto in tanto con un goccio d’acqua o brodo caldo.

Spolverizzare il pollo di prezzemolo tritato e servire ben caldo.

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La mia ricetta di Cavatelli e fagioli

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